CHIAMAMI
PADRE
L’incontro
con il volto paterno e materno di Dio.
"Chiamami Padre" nasce dopo i due
precedenti libretti dedicati a Gesù Cristo (Riscopriamo i
'Eucaristia, 1998) e allo Spirito Santo (Lo Spirito Santo,
ospite dolce dell'anima, dolcissimo sollievo, 1998). Come dice il
titolo, questo volumetto tratta dell'ultimo tema proposto dal Papa Giovanni
Paolo Il in preparazione al Giubileo del 2000: il Padre.
Il
libro si compone di due parti e di una appendice:
- la prima parte (capp. 1-8)
contiene alcuni dati rivelati sulla Persona del Padre e sui suoi rapporti con le
altre divine Persone, e, soprattutto, con noi;
- la seconda parte (capp. 9-11)
cerca di portare sul piano della vita pratica i principi prima esposti,
attraverso un colloquio che si fa intimo e personale.
L'appendice riporta la parte
della Lettera apostolica Tertio millennio adveniente del 10 novembre
1994, riguardante il Padre, con la descrizione degli obiettivi proposti dal
Pontefice per una degna celebrazione dell'anno giubilare.
Ogni capitolo si apre con una
preghiera liturgica, tratta dal Messale, per mettere in evidenza lo stretto
legame fra ciò che si annuncia e ciò che è oggetto di preghiera nella
Chiesa.
Il volumetto non pretende di esaurire
l'ampia tematica legata all'argomento: vuole solo essere uno strumento
pastorale che, partendo da sicure basi bibliche, cerca di avviare e
sostenere un cammino incontro al "Padre che è nei cieli", il quale, rivelandoci il suo infinito amore paterno e materno, ci invita a
riscoprire e a vivere, in pienezza, la nostra originale vocazione, che è
quella dell'amore e della gioia.
DON NOVELLO PEDERZINI
CHIAMAMI PADRE
Dio, fonte di ogni bene, principio del nostro essere e
del nostro agire, fa che comprendiamo i benefici della tua bontà, e, chiamandoti
e riconoscendoti Padre, ti amiamo con tutto il cuore e con tutte le forze.
(Cf. Colletta della Messa di Ringraziamento)

IO PAURA?
PAURA DI CHE? SONO COL MIO PAPÀ!
Un
acrobata, un giorno, si esibì in un esercizio particolarmente difficile.
Il bimbo
non si pone problemi, perché non li conosce, e perché sa che a tutto pensa
papà.
È
toccante la scena, abbastanza comune, del papà che, giocando, alza in alto
il suo figlioletto e lo fa volteggiare sopra di sé. In questo momento il bimbo è
la creatura
- più libera,
- più felice,
-
più sicura del mondo.
C'è in
lui una sicurezza pari alla sua ingenuità.
È ben
lontano dal pensare che gli possa capitare qualcosa di spiacevole e che il papà
possa cambiare sentimenti nei suoi confronti!
Il
papà è il suo punto di riferimento incrollabile e sicuro!
Nessuno
può rubargli un tesoro così prezioso!
Noi,
uomini cresciuti, siamo ancora quei bimbi, con tanta nostalgia e con tanto bisogno di sicurezza, di
affetti autentici e sinceri.
Abbiamo
bisogno di riscoprire il volto di un Padre che ci richiami le
caratteristiche di quel padre, che, forse, non abbiamo più, ma che continuiamo a
rimpiangere.
Abbiamo
bisogno di sapere se il Padre celeste può essere per noi
- una roccia,
- un baluardo,
- una sicura difesa,
- un dolce rifugio (cf. Sai 61),
sul quale
riversare le nostre insicurezze, le nostre paure, le nostre necessità, e,
soprattutto, il nostro amore...
Abbiamo bisogno, in una parola, di riscoprire il volto
di Dio-Padre!
Abbiamo
bisogno di credere che, per dirla con Kierkegaard, «l'amore paterno di Dio è
l'unico punto fermo sul quale il mondo può ancora far leva».
OGGI
SEMBRA PIÙ DIFFICILE CHIAMARE DIO COL NOME DI PADRE
È
difficile credere all'amore del Padre celeste per chi non ha vissuto
l'esperienza di essere amato da un padre terreno, e di non aver avuto la sua
dolce presenza nei momenti più sofferti e significativi della vita.
Una
serie di fattori sociali e culturali ha gettato il discredito sulla figura
paterna, un tempo autorevole e simpatica.
Le varie
forme
- di paternalismo,
- di autoritarismo,
- di maschilismo
hanno
finito per associare l'idea di padre a quella di padrone. E quindi
hanno portato a considerare la figura paterna come un qualcosa di lontano, di
scostante, di antipatico.
E alle
concezioni correnti si aggiungono
multiformi concezioni che, accumulatesi nei secoli, sono divenute
quasi vere caricature di Dio.
Una certa
iconografia ha dato man forte a fare del Padre un vecchio dalla barba
bianca, emergente da una nube pure bianca, con tutti i segni di una vecchiezza
decrepita.
Sono
largamente diffuse diverse concezioni che fanno di Lui:
- un Dio
invidioso dell'uomo e suo antagonista;
- un Dio
esigente e "fiscalista";
- un Dio
amico solo dei ricchi;
- un Dio che
spia l'uomo e si compiace di castigarlo;
- un
Dio-carabiniere, che ti aspetta al varco solo per "arrestarti";
- un Dio
nevrotico e vendicativo;
- un Dio
assente, distaccato e muto;
- un Dio
inutile.
Oppure,
volendolo accogliere con simpatia,
- un Dio
bonaccione, innocuo e remissivo, quasi un Babbo Natale, un nonno tenero che sa
solo commuoversi e che finisce per perdonare e abbracciare tutti.
PADRE: UNA PAROLA-CHIAVE TUTTA DA RISCOPRIRE
A
fronte di queste contraffazioni, urge riscoprire la figura del Padre celeste.
Abbiamo
bisogno di riscoprire il senso di questa parola quasi magica e
insopprimibile.
Abbiamo
bisogno di accostarci alla fonte di quell'energia vitale che sola
può sostenerci, proteggerci, guidarci, farci vivere nel senso più pieno e più
fecondo.
Abbiamo
bisogno di scoprire l'amore sorgivo da cui sgorga la pienezza della
vita.
Abbiamo
bisogno di riscoprire la Paternità di Dio per poter cogliere ancora, fra le cose
e le persone che ci circondano, l'inconfondibile voce che dall' intimo
dolcemente ci sussurra: tu sei il mio figlio diletto: in te mi sono compiaciuto!
(Cf. Mt 3, 17).
LA PAROLA "PADRE"
NON È SOLO BIBLICA
La parola
Padre non è nota solo all'interno dell'antico popolo ebraico e non è
fiorita solo dal labbro di Gesù.
Molti
popoli antichi l'hanno usata.
Nelle
religioni indiane, era usata la parola padre per indicare il cielo, e la
parola madre per indicare la terra: due principi che, secondo la
concezione di quelle religioni, danno origine all'universo. Nella civiltà
greco-romana spesso Zeus, Giove, è chiamato "padre degli dèi e degli
uomini".
Platone
chiama col nome di padre l'idea del bene, che, a suo dire, è la suprema
realtà.
L'uomo, con le sue sole forze naturali, ha sempre intuito, più o meno chiaramente, che l'idea di
Dio doveva essere associata a quella di padre, perché alla figura del padre è
naturalmente collegata l'idea della fecondità e della bontà.
Sono
solo intuizioni, ma tutte convergono
nel delineare il volto del Creatore come quello di un Padre buono.
NEL
CAMMINO INCONTRO AL PADRE, QUALE DIFFERENZA FRA LA NOSTRA E LE ALTRE
RELIGIONI?
Vi è una
differenza abissale, quanto alle origini e quanto ai contenuti:
- le altre religioni nascono dal basso, cioè
dalle ricerche umane protese a scoprire l'origine dell'universo e le
caratteristiche proprie del Creatore.
Sono ricerche che hanno soluzioni diverse e discutibili,
senza un riscontro oggettivo e sicuro.
la nostra religione nasce invece dall'alto, come risposta
all'iniziativa di Dio di rivelarsi e di donarsi
all'uomo.
La nostra
religione nasce nel momento in cui la Rivelazione viene accolta. Anzi, la
religione cristiana non è una religione propriamente detta: è una fede.
E per
fede si intende l'accoglienza delle verità rivelate non per la loro intrinseca
evidenza, ma per i 'Autorità infallibile di Dio che le rivela.
Queste
verità sono oggettivamente valide e sicure.
Chi le
accetta ha la certezza di ciò che crede, anche se le comprende in
minima parte.
Fede e
ragione non si escludono, ma si completano (come riafferma Giovanni Paolo lI nella recentissima
enciclica Fides etratio del 16 ottobre 1998).
L'accettazione della verità rivelata non dispensa l'uomo
dal cercare Dio per vie naturali; ma la sola ragione non può arrivare
a scoprire ciò che Dio ha voluto rivelare.
Tre sono
i modi per giungere a conoscere Dio:
- la via del cuore: io sento!
- la via della ragione: io so!
- la via della fede: io credo!
La
fede, da sola, giunge là dove non
arrivano il sentimento e la ragione; il sentimento e la ragione non possono
sostituire in nessun modo la fede!
LA RIVELAZIONE, L'UNICA STRADA PER ARRIVARE A CAPIRE
Solo
accostandoci alla Rivelazione possiamo
quindi conoscere l'identità di Dio.
Solo
accogliendo le notizie che lo stesso
Padre ci ha voluto trasmettere possiamo entrare nel suo mistero!
È quindi
solo aderendo a Lui, nella fede, che possiamo metterci sulla
via sicura.
Non c'è
dunque che una via: questa!
Non la
via della pura ragione o dell'istintivo sentimento, ma la via dell'adesione
nella fede.
Solo il
Padre può darci risposte adeguate e definitive; e, per questo, non ci
resta che ascoltare la sua Parola, che è contenuta nella Bibbia.
CHIAMAMI
PADRE
"Sappi
che hai in cielo un Padre che ti ama, e che nel suo infinito amore ti ha donato
il suo unico Figlio, Gesù Cristo.
Questi
si è fatto uomo come te e per te.
Con la
sua Morte e Risurrezione ti ha salvato dal peccato e ti ha elevato ad essere,
come Lui, figlio ed erede dei beni divini ed eterni
Ecco
dunque il mistero, ecco il dono: "io
sono tuo Padre, e con questo
nome mi cercherai, mi chiamerai, mi
accoglierai".
SONO TUO
PADRE!
"Di più e
di meglio non potevo annunciarti!
Questo
annuncio aleggia su tutta la creazione, risponde a tutti i quesiti, placa ogni
sete, riempie ogni speranza, giustifica ogni attesa, illumina tutte le oscurità:
dice chi sei tu e chi sono Io!". È straordinario tutto questo!
Dunque:
- se Tu sei mio
Padre, posso stare tranquillo e vivere in pace, perché sono
assicurato per la vita e per la morte, per il tempo e per l'eternità;
- se Tu sei mio
Padre, anch'io conto qualcosa e trovo in Te la mia vera dignità;
- se Tu sei mio
Padre, non continuerò a ripetere fino alla noia: 'perché?... perché?...
perché?', ma dirò con realismo e fiducia: 'Tu sai! Tu sai! Tu sai!
- se Tu sei mio Padre, non attribuirò solo al
terreno e alla qualità del seme l'abbondanza del raccolto, ma mi abituerò a
ripetere ciò che Tu stesso mi hai suggerito di dire:
'dacci il nostro pane quotidiano', affidandomi con
coraggio e serenità alle avversità delle stagioni e al divenire della
storia;
- se Tu sei mio
Padre, non attribuirò al caso gli eventi della giornata, ma li
considererò indicazioni del Tuo amore;
- se Tu sei mio
Padre, non diventerò improvvisamente incredulo davanti a un
cataclisma della natura, non riuscendo più a trovare il legame tra l'amore
e le avversità, tra l'esistenza di Dio e il dolore che mi colpisce;
- se Tu sei mio
Padre, io non tremerò anche se la terra tremerà e i fiumi
strariperanno; anche se il freddo mi gelerà le mani o un incidente mi
costringerà a star fermo su una carrozzella per tutta la vita;
-
se
Tu sei mio Padre, io sono certo che
saprai trasformare in bene quello che io chiamo male, e saprai dirigere con
misteriosa sapienza tutti gli avvenimenti della mia vita e quelli del
mondo.
TUTTO
VIENE DA ME!
"Sono
tuo Padre, non in senso metaforico e
poetico, ma in senso vero, autentico, profondo, vitale.
E in
questa mia paternità hai la fonte di tutti i doni:
- il dono della vita,
- il dono della verità,
- il dono dell'amore,
- il dono della "casa
Sì, il dono della casa, come rifugio,
intimità, stabilità, riposo... perché sei fatto per condividere con me quella
dimora eterna... ove non vi saranno più né lacrime, né lutti, né morte (cf.
Ap 21, 2-4).
E se sono tuo Padre, ti amo, ti seguo, ti guardo, ti
voglio con me.
Tu puoi
metterti sempre in comunicazione con me. Puoi ascoltarmi, parlarmi,
chiedermi ogni cosa.
Puoi
dirmi, dolcemente, in ogni momento: Padre mio e Dio mio!".
2.
DIO,
UN PADRE PER ISRAELE
O Padre, Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, Dio
della vita e delle generazioni, Dio della salvezza, compi ancor oggi le tue
meraviglie, perché nel deserto del mondo, camminiamo con la forza del tuo
Spirito verso il regno che deve venire.
(25° Colletta per
le ferie del Tempo ordinario)
DIO SI È
RIVELATO ALL'UMANITÀ
Se Dio
non si fosse fatto conoscere, l'uomo non avrebbe potuto incontrarlo e penetrare
nel suo intimo.
Avrebbe
potuto tutt' al più giungere a percepire l'esistenza di un Essere
superiore e di qualche suo attributo, ma l'intimità di Dio gli sarebbe
rimasta nascosta ed estranea.
Dio si è scelto un popolo, Israele, e,
all'interno di questo popolo, ha aperto un dialogo destinato a tutta
l'umanità. Questa Rivelazione, espressa con parole e fatti intimamente
collegati, è stata lunga e progressiva, ed è principalmente contenuta
nella Bibbia.
Essa è
stata scritta da alcuni uomini, che "nel pieno possesso delle loro facoltà" sono
stati gli ispirati strumenti di Dio nella comunicazione del suo pensiero.
UNA
RIVELAZIONE LENTA E PROGRESSIVA
Dio, rivelandosi, non ha usato
forzature e violenze, ma si è adeguato al
lento e progressivo sviluppo dell'uomo.
Ha usato
per lui
- benevolenza,
- discrezione,
- rispetto,
aspettando la sua maturazione e adeguandosi alla sua
capacità di comprensione.
Non ha
parlato di sé usando formule teologiche astratte e in-comprensibili, ma
esprimendone il contenuto con fatti concreti e comprensibili da
tutti.
Ed è da
questo susseguirsi di eventi collegati con parole che possiamo risalire al
pensiero e alla natura di Dio.
La
vicenda dell'antico popolo di Dio, Israele, è divenuta così una singolare
storia: la storia di ciò che Dio ha detto e fatto per rivelarsi
all'umanità.
DIO
RIVELA IL SUO NOME
Nella
Bibbia il nome di una persona è sempre indicativo dell'identità o della
missione di chi lo porta.
Il nome di Dio per eccellenza e più usato è JAHVÉ, ed è quello comunicato da Dio stesso a Mosè sul Sinai nel momento in cui ebbe inizio la liberazione dalla schiavitù dell'Egitto (cf. Es 3, 7 ss.). Alla luce del significato letterale del nome e del contesto storico in cui venne rivelato, il termine ha vari significati fra loro complementari:
1. Io sono Colui
che è, cioè l'Esistente, l'Essere per
eccellenza;
2. Io sono Colui che fa
essere, cioè Colui che dona l'esistenza
alle creature;
3. Io sono Colui che sono, cioè l'Essere inconoscibile, davanti al quale Israele
dovrà mettersi in atteggiamento di fede e di obbedienza;
4. Io sono Colui
che è qui, che è qui per essere
benèfico; colui che è in grado di esserci sempre,
- di essere sempre disponibile,
- di essere aiuto e sostegno,
- di essere punto di riferimento sicuro.
JAHVÉ non
è solo quindi il nome che definisce la natura di Dio, ma anche la garanzia di
una presenza e di una salvezza continuata, riservata al popolo che Lui
si è scelto.
RIVELA I
SUOI ATTRIBUTI
1. sono il Dio unico e vero: non sono uno dei tanti, sono 1' unico, e mi
dovete amare sopra ogni cosa: «Ascolta, Israele:
il Signore è il
nostro Dio. Il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il
cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6, 4-5);
2. sono il
Creatore dell'universo e dell'uomo; tutto ho creato per libera scelta e per amore. E siccome
la creazione continua nel tempo, nulla mi è estraneo. Tutto "porto nel grembo
con l'amore con cui una donna attende un bambino";
3. sono il Dio
trascendente, cioè Colui che possiede una qualità di vita diversa e
superiore a quella delle creature;
4. sono immenso e onnipresente, e
quindi non circoscrivibile o legato a questo o a quel luogo: «dove andare
lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là
tu sei, se scendo negli inferi, eccoti» (Sai 139, 7-8);
5. sono eterno, senza limiti di tempo;
senza inizio e senza fine, senza essere "segnato" dentro, come noi: «da sempre e
per sempre tu sei»! (Sai 90, 2);
6. sono onnisciente, cioè conosco tutto, tutto
vedo e prevedo: «prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo»
(Ger 1, 5);
7. sono onnipotente, cioè non condizionato da
nessuno e da nessuna cosa. Tutto, nei cieli e sulla terra, è a me
sottoposto;
8. sono
immutabile:
-
nell 'essere: «Tu resti lo stesso, e i tuoi anni
non hanno fine» (cf. Gb 10, 5);
- nella
volontà: sono fedele alle promesse!
Quando sembro mutevole, perché mostro sentimenti di ira,
di odio, di pentimento ecc. mi servo di concetti a te familiari per esprimere
la mia personale vitalità e la mia partecipazione sentita in maniera
"non indifferente" alla storia del mio popolo;
9. sono una
Persona concreta, e non un essere
indefinibile e vago col quale non è possibile entrare in rapporto:
- sono un
Qualcuno che entra in dialogo;
- sono un Io
che si rivolge a un Tu;
- sono una
Persona che chiama gli uomini ad ascoltarla;
- sono il
Vivente per eccellenza;
10. sono il
Santo, cioè il totalmente diverso e l'inaccessibile, ripieno
di una superiore potenza, che suscita fascino e insieme timore. Mosè,
davanti a me che mi manifesto nel roveto ardente, deve togliersi i calzari; il
popolo non può avvicinarsi; i sacerdoti devono tenersi in stato di purità
prima di accostarsi a me (cf. Es 19, 16-25).
Dio è il
Santo e trascende tutte le cose; eppure "tutta la terra è piena della
sua gloria".
Israele
diventa così "il Santo di Israele", "il popolo Santo", il "popolo visitato
dal Dio Santo" dal quale riceve forza e sicurezza.
Il Profeta
Isaia contempla Dio nella sua gloria e ode i Serafini che proclamano: "Santo,
Santo, Santo è il Signore Dio dell'universo" (cf. Is 6, 2
ss.).
Il termine
"Santo", ripetuto tre volte, indica "Santissimo, infinitamente Santo" e
inneggia alla santità ontologica e morale di Dio, cioè alla sua
superiorità e all'assenza in Lui di ogni imperfezione e limite.
DIO SI RIVELA COME L'ALLEATO DI ISRAELE
Il Dio
Santo, completamente diverso e trascendente, è un Dio sorprendentemente
vicino.
Dio è,
insieme, trascendente e immanente; è addirittura un Dio che "si costruisce" un
popolo "su misura" per avere un amico, un confidente, un interlocutore, un
mediatore per trasmettere il suo messaggio a tutta l'umanità.
Elegge
Abramo, e, dopo avergli chiesto un
generoso atto di fede, costruisce, con la sua discendenza, un popolo speciale e
consacrato a Lui.
Gli dice:
"Israele, il Signore Dio tuo ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato
fra tutti i popoli... Il Signore si è legato a te e ti ha
scelto" (cf. Dt 7, 6-7).
Sul
Sinai conclude con esso un'Alleanza, in
questi termini precisi: Israele, io
- ti offro:
aiuto, sostegno, protezione, una terra, una discendenza, una Legge da
osservare (i Comandamenti);
- ti chiedo:
riconoscimento del mio ruolo, obbedienza, fedeltà, osservanza della Legge,
astensione da ogni mescolanza con inconsistenti divinità straniere, fiducia e
collaborazione. Se sarai fedele, avrai prosperità e sarai felice.
Questa
alleanza è sancita da una solenne Liturgia ed è sigillata nel sangue di
vittime offerte come sacrificio di lode e di comunione.
È un'
alleanza atipica, singolare nel suo genere, perché è stipulata fra
due contraenti che non sono alla pari, ma è il frutto di una libera
scelta di Jahve.
È,
comunque, un'alleanza che impegna le due parti, imponendo reciproci
diritti e doveri.
Ma come
si comporteranno questi due alleati?
La storia
di Israele, che è divenuta "la storia dell'antica Alleanza", e una
storia segnata da molte infedeltà: non da parte di Dio, ma da parte del suo
popolo.
Dio
resta l'alleato fedele.
Israele è l'alleato infedele, che però Dio, con sorprendente bontà, continua
ad amare e a perdonare, ogni volta che sa riconoscere le sue infedeltà
e i suoi errori.
È UN ALLEATO CHE SI FA SPOSO
I
contenuti dell' alleanza, col passar del tempo, si fanno più elevati ed
esaltanti.
I
Profeti, e in particolare Osea, Isaia e Geremia, scoprono e annunciano che Jahvé
non è solo un alleato che promette doni materiali, ma uno Sposo che ama la
sua sposa con un amore tenerissimo, indissolubile e fedele.
Il
tradire questo amore non è solo peccato di idolatria, ma anche e soprattutto
peccato di adulterio.
Israele
alterna momenti di amore dolce a momenti di adulterio degradante.
L'amore
dolce trova nel Cantico dei Cantici espressioni di alta e toccante
poesia; l'adulterio degradante è presentato in termini drammatici soprattutto
nel profeta Osea.
DIO SI
RIVELA COME PADRE
Come
abbiamo detto, la denominazione di "Dio come Padre", era comune a molte altre
Religioni, perché il termine "Padre" si presta ottimamente a qualificare Dio
come principio fecondo di tutto ciò che esiste.
L'Antico
Testamento è però molto prudente nell'assumere questo termine,
perché presso molte Religioni esso era inteso in senso materiale e fisico, e
le divinità erano concepite in termini maschili e femminili.
Le
attenzioni di Jahvé per il suo alleato sono tali e tante da far dire, in più
parti della Sacra Scrittura, che Egli lo ama "come un padre".
Occorre
però precisare che nell'Antico Testamento il termine "Padre" non viene
normalmente riferito alle singole persone.
Dio ama
Israele "con amore di Padre", ma lo ama "nel suo insieme", "in modo
collettivo".
Israele è
sì "il popolo di Jahvé", ma esso è tale non perché sia stato da Lui
generato, ma perché è stato scelto.
Non è il
frutto di una generazione, ma di una elezione.
Tra
Dio e Israele c'è quindi un rapporto che ha tutte le caratteristiche dell'amore
paterno, ma esso non è tale in senso proprio e personale.
I
Profeti celebrano Dio come "un pastore
che custodisce il suo gregge", come "un vignaiolo che ha cura della sua vigna",
ma, soprattutto, "come un Padre amorevole che ama Israele come figlio".
Sono
toccanti e significative espressioni come queste:
«Io sono
un Padre per Israele, Efraim è il mio primogenito... Le mie viscere si
commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza» (Ger 31,
9.20).
«Quando
Israele era giovanetto, io l'ho amato... A Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano...» (Os 11, 1-4).
«Tu,
Signore, sei nostro Padre... Padre del tuo popolo e di ogni generazione» (Is
63, 16).
SI RIVELA
COME MADRE
Parlando
di Jahvé come "Padre di Israele", i Profeti mettono in rilievo la
tenerezza del Dio dell'Alleanza, presentandola con caratteristiche paterne e
materne insieme.
«Ecco, io
farò scorrere verso Gerusalemme come un fiume, la prosperità. I suoi bimbi
saranno portati in braccio, sulle ginochia saranno accarezzati. Come
una madre consola un figlio, così io vi consolerò» (Is
66,12-13).
«Sion ha
detto: il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo
bambino, così da non commuoversi per il fglio delle sue viscere? Anche se
questa donna ti dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai...
Ecco, io
ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (Is 49, 14-16).
Alcuni
Profeti, specialmente Isaia e Geremia,
parlano di "viscere di Dio".
Il
termine originale ebraico è rahamim, che «nella sua radice
denota
"l'amore della madre", perché viene da rehem che è il grembo
materno, e sta a indicare una gamma di sentimenti, quali la bontà e la
tenerezza, la pazienza e la comprensione, cioè la prontezza a perdonare».
I
Salmi contengono elevazioni di grande
tenerezza, esprimendo una religiosità che si fa via via più intima e personale,
specie nei "poveri di Jahvé" che hanno scelto Dio come unico rifugio e
unica speranza.
Sono
significative le parole del Salmo 13 1: «io sono tranquillo e sereno come bimbo
svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia» (Sai
131, 2-3).
3
Donaci, o Padre, di non avere nulla di più caro del tuo
Figlio, che rivela al mondo il mistero del tuo amore e la vera dignità
dell'uomo. Colmaci del tuo Spirito, perché lo annunziamo ai fratelli, con la
fede e con le opere.
(Colletta della 15° Domenica
del Tempo ordinario)
DIO, "IL PADRE DEL SIGNORE NOSTRO GESU’ CRISTO"
La
Rivelazione di Dio-Padre, iniziata nell'Antico Testamento, continua e raggiunge
il suo vertice nel Nuovo, attraverso Gesù.
Il Dio
unico, trascendente e vicino, dell'Antico Testamento, il Dio di Abramo, di
Isacco, di Mosè, dei Profeti, si rivela come «Il Padre del Signore nostro
Gesù Cristo» (Ef 1, 3) e come il Padre che, in Lui, vuole salvare
tutti gli uomini e farli partecipi della sua stessa vita.
Gesù è
la chiave per entrare nel mistero
intimo e impenetrabile della vita divina, per comprendere:
- ciò che il Padre ha fatto per noi,
- ciò che continua a fare,
- ciò che vuole che noi facciamo per Lui.
L'Antico e
il Nuovo Testamento non sono estranei l'uno all'altro, non sono opposti e
neppure distanti, ma sono l'uno lo sviluppo dell'altro, l'uno la
continuità e il perfezionamento dell'altro. Dice S. Agostino:
«nell'Antico è nascosto il Nuovo, e nel Nuovo si rende palese l'Antico».'
DIO SI
RIVELA COME UNO E TRINO
La
ricchezza viene ora pienamente rivelata.
Dio si
rivela come uno nella natura e trino nelle Persone, realtà
sconosciuta nell' Antico Testamento.
La
novità nel Nuovo Testamento sta proprio
in questo incredibile e originale mistero: il Dio antico, trascendente,
inaccessibile e Santo, è un Dio in sé misteriosamente "composito": e un
Dio solo, ma in tre Persone uguali e distinte, che si chiamano Padre,
Figlio e Spirito Santo.
Come
comprenderlo?
Non
certamente con gli strumenti della ragione e del sentimento, ma unicamente
con quelli della fede.
I dati
essenziali della Rivelazione sono: nell'unico Dio una è la natura e tre
le Persone. Esse hanno in comune la natura, ma sono Persone diverse, con
diversa identità e ruoli diversi:
- il Padre è detto "padre" perché "genera" il
Figlio;
- il Figlio è detto "figlio" perché "è generato" dal
Padre;
- lo Spirito Santo
è detto "spirito" perché "è spirato"
cioè "procede dal Padre e dal Figlio".
I
ruoli diversi emergono sul piano della
creazione e della salvezza così come ci sono descritti nell' intera
Bibbia.
Le tre
divine Persone però, condividendo la stessa natura, sono un solo Dio e un solo
Signore.
IL FIGLIO
RIVELA L'ESISTENZA DEL PADRE
Nell'
Antico Testamento Dio si è rivelato attraverso una lunga storia (18 secoli!) che
è stata via via illustrata e interpretata dalle parole dei Profeti.
Poi,
"nella pienezza dei tempi e venuto Gesù: «Dio, che aveva parlato, in tempi
antichi, molte volte e in molti modi, per mezzo dei Profeti, ultimamente, in
questi giorni, ci ha parlato per mezzo del Figlio» (Eb 1, 1-2).
Gesù non è soltanto uno dei Profeti,
l'ultimo o il più grande, ma
- è il Profeta per eccellenza,
- è il Figlio del Padre,
- è Dio come il Padre,
- è l'unico portavoce autentico del Padre perché, essendo da Lui generato, è il solo a
conoscerlo e a sapere tutto di Lui.
Dice
Giovanni: «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio Unigenito, che è
nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato» (Gv 1, 18).
Lui
solo può quindi infallibilmente farci conoscere il Padre;
Lui che,
pur essendo Dio come il Padre, facendosi uomo, può
far uso
del nostro comune linguaggio umano.
Ovviamente, parlandoci attraverso l'umanità del
Figlio, Dio si comunica attraverso un velo; e questo velo non
consente un'esperienza immediata della divinità.
Il Dio
rivelato in Gesù rimane quindi "un Dio nascosto e misterioso" (cf. Is
45, 15), per accogliere il quale occorre la fede.
Ecco
perché all' apostolo Filippo che chiede di vedere il Padre Gesù dice: «chi vede
me, vede il Padre» (Gv 14, 8), come per dire: io ti rivelo il
volto del Padre, ma insieme te lo nascondo, perché non puoi vedere ora
quello che per ora non puoi vedere:
per
adesso ti basti vedere me! E in me tu vedi soltanto l'uomo e non vedi Dio!
La
trascendente e misteriosa identità di Dio ci viene così rivelata e
comunicata, in modo pieno, attraverso l'unica Persona che, condividendo col
Padre la natura divina, è in grado di rivelarci tutta la verità.
Ora,
secondo la Parola di Gesù, vediamo Dio «in modo confuso e come in
uno specchio»; e solo alla fine lo contempleremo «faccia a faccia» (J Cor
13, 12), verificando la perfetta identità:
- fra ciò che ci ha detto e ciò che è nella realtà;
- fra ciò che abbiamo creduto e ciò che vedremo;
- fra l'oggetto della fede e l'oggetto della
gloria e della visione.
Delle tre
divine Persone della SS. Trinità rivelate nel Nuovo Testamento, una sola
si è resa visibile agli occhi dei contemporanei; le altre due si
sono rivelate attraverso segni e parole.
IL PADRE
PRESENTA E ACCREDITA IL FIGLIO
Racconta Matteo: «In quel tempo Gesù dalla Galilea andò
al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva
impedirglielo, dicendo: "io ho bisogno di essere battezzato da te e tu
vieni da me?", ma Gesù gli disse: "lascia fare per ora, perché conviene che così
adempiamo ogni giustizia. Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù
usci dalle acque, ed ecco si aprirono i cieli, ed egli vide lo Spirito Santo
scendere come una colomba, e venne su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che
disse. "Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto"»
(Mt 3, 13-17).
L'episodio ha un'importanza fondamentale, perché il
Padre, alla presenza dello Spirito Santo, presenta Gesù con il termine
inequivocabile di Figlio.
IL
FIGLIO RIVELA L'IDENTITÀ DEL PADRE
Non vi
sono dubbi sull'identità della Persona che viene presentata: quel
Gesù, che, fra gli altri, si china per ricevere il Battesimo; è il
Figlio amato del Padre ed è Dio come Lui!
Ma non
vi sono dubbi nemmeno sull'identità
della Persona che presenta il Figlio: è il Padre! E Dio che si rivela come il
Padre di Gesù! Sono ambedue legati da quella comune natura che
li fa essere Padre e Figlio!
Gesù,
dunque, non è lì per caso: è fl
per dare inizio alla sua missione di salvezza; è lì per presentarsi come il
dono che il Padre vuol fare e presentare all'umanità.
E
presentando Gesù come "Figlio" vuole annunciare la sua vera e
inconfondibile identità di Padre!
L'apostolo Giovanni dirà: «Dio ha tanto amato il mondo,
da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16).
E Paolo:
«Dio non ha risparmiato il suo Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (cf. Rm
8, 32).
Il Dio
dell'Antico Testamento è quindi divenuto "il Padre di Gesù", e come
tale sarà considerato anche quando continuerà a essere chiamato
semplicemente "Dio".
CHE SIGNIFICA L'ESPRESSIONE: "DIO È IL PADRE"?
L'espressione ha due fondamentali significati:
1. I termini "Dio" e "Padre" si identificano: il Padre, come ci è rivelato nel Nuovo
Testamento, è veramente Dio. Quel Padre che Gesù ha annunciato nell'intero
Nuovo Testamento è lo stesso Dio, l'unico vero Dio che si è rivelato
nell'Antico.
2. Il Padre rivelato da Gesù ha un carattere di
"primarietà" rispetto alle altre due Persone. E la Fonte
assolutamente prima, perché, mentre il Figlio e lo Spirito Santo
scaturiscono da Lui, Egli non ha origine da nessuno.
La
fede monoteista dell'Antico Testamento culmina così nella fede nel «Dio Padre
del Signore nostro Gesù Cristo» (Col
1,
3).
Padre è
il nome proprio di Dio nel Nuovo Testamento, ed è un annuncio così carico di
conseguenze ideali e pratiche da doverlo considerare il vertice di tutta la
Rivelazione.
E proprio
per questo, Filippo, chiedendo a Gesù di fargli vedere il Padre, si
esprime così: «Signore, mostraci il Padre, e ci basta!» (Gv 14, 8).
Evidentemente aveva capito che, una volta compreso il
ruolo del Padre, tutto viene a cambiare e ad acquistare un senso nuovo, una
dimensione nuova.
COL PADRE GESÙ HA
UN RAPPORTO UNICO E IRRIPETIBILE
Il
rapporto fra Gesù e il Padre riveste un carattere di assoluta unicità e
irripetibilità.
Il modo
di comportarsi, le parole e le preghiere al Padre, sono quelle tipiche di uno
che si sente figlio; di un figlio che ha la consapevolezza di essere stato da
Lui generato alla vita divina; e Gesù, col Padre, ha
- un
rapporto unico, esclusivo, non
confondibile con altri.
Quando
invita i discepoli a mettersi in rapporto col Padre, non dice mai: "nostro
Padre", ma "il Padre vostro", "il Padre loro", "il Padre
tuo"... E apparendo a Maria Maddalena, dopo la risurrezione: «non mi
trattenere, perché non sono ancora salito al Padre. Ma va' dai miei fratelli e
dì loro: "io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e
Dio vostro"» (Gv 20, 17-18);
- un
rapporto irripetibile, perché Gesù è
l'unico figlio che procede dal Padre per via di naturale generazione:
Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero.3
Tutti gli
altri, come vedremo, diventeranno figli per partecipazione, Lui per
naturale generazione.
UN
RAPPORTO DOLCE CHE LO PORTA A DIRE "ABBÀ"
Gli
ebrei dell'Antico Testamento usarono il
nome di Padre applicandolo a Dio in senso metaforico e collettivo.
Spetta
a Gesù il merito di aver portato sulla
terra la nozione vera di Dio-Padre, e di averla accostata a una persona
singola.
Anzi, Gesù
va oltre.
Rivolgendosi al Padre, spesso usa il termine aramaico
"Abbà", che era la parola usata dal bambino ebreo quando chiamava il suo
papà.
Il Talmud
afferma che un bimbo si doveva slattare solo quando era capace di dire immà
(mamma) e abbà (papà).
L'evangelista Marco dice che Gesù, nel Getsemani,
pregava così: «Abbà... tutto è possibile a te, allontana da me questo
calice» (Mc 14, 36).
Se non
fosse stata un'espressione abituale sulla bocca di Gesù, Marco non l'avrebbe
usata in un momento tanto solenne e tragico!
Il
rivolgersi a Dio con la parola abbà era impensabile per gli ebrei, ma
Gesù sapeva di poterla usare, perché il Padre era per lui intimo e
familiare.
Lui solo
poteva dire: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio, nessuno conosce il
Figlio se non il Padre e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,
27).
«Io e il
Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 30).
IL PADRE
DI GESÙ
Il Padre
descrittoci da Gesù, il Padre del Nuovo Testamento, il Padre, soprattutto,
rivelato nel Vangelo di Giovanni, ha le seguenti caratteristiche:
- è la Fonte
prima della vita divina: il Figlio e lo
Spirito
Santo procedono da Lui, hanno origine da Lui, pur
essendo eterni come Lui;
- è l'Autore del Piano divino della Creazione e della
Redenzione, piano che scaturisce
dalla "Fonte d'amore" che è la carità di Dio Padre;
- è il vero Signore dell'universo e dell'uomo, perché è
la fonte prima di ogni cosa, e per
questo è detto Dio per eccellenza;
- è l'Amore infinito, eterno, onnicomprensivo. È l'Amore
dal quale e nel quale ogni altro essere trae origine e fondamento (cf.]
Gv 4, 8.16).
GESÙ,
FIGLIO DI DIO, FIGLIO DEL PADRE
Nei
confronti del Padre, Gesù di Nazaret è ciò che di più alto si può
immaginare:
- è, in senso proprio, Figlio di Dio;
- è l'Unigenito, cioè il Figlio unico nel
suo genere;
- è eterno come il Padre (in principio era il
Verbo);
- è perfettamente unito al
Padre (e il Verbo era presso Dio);
- è della stessa natura del Padre (e il Verbo era Dio) (cf. Gv 1, 1);
- è uno col Padre nell'agire: «le opere che io compio
nel
nome del
Padre mio, queste mi danno testimonianza... Io e il Padre siamo una cosa sola»
(Gv 10, 25-30).
4.
DIO,
NOSTRO PADRE
Dio
onnipotente ed eterno, che ci dai il privilegio di chiamarti Padre, fa crescere
in noi lo spirito di figli adottivi, perché possiamo entrare nell 'eredità che
ci hai promesso.
(Colletta della 19° Domenica del Tempo ordinario)
FIN D'ORA
SIAMO FIGLI DI DIO!
Due testi
fondamentali per comprendere.
1. Il Verbo «venne fra la sua gente, ma i suoi non
l'hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto, ha dato il potere di
diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non
da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati
generati» (Gv 1, 11 - 13).
2. «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere
chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non
ci conosce è perché non ha conosciuto lui. Carissimi, fin d'ora siamo figli
di Dio, ma ciò che saremo non èstato ancora rivelato. Sappiamo però che quando
egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come
egli è» (1 Gv 3, 1-2).
CON SENSO DI STUPORE,
QUASI DI ESTASI!
L'Amore
del Padre ha fatto di noi dei figli: è incredibile, ma vero!
E
l'Apostolo Giovanni, testimone attento e fedele, scrivendo queste cose è preso
da un senso di stupore, quasi di estasi!
Non è
possibile non commuoversi di fronte a un annuncio come questo!
Non si
tratta di una comunicazione ordinaria e scontata, ma di un messaggio che
trascende:
- ogni
pensiero,
- ogni
immaginazione,
- ogni
aspettativa.
È un
annuncio che innalza l'uomo dalla sua normale condizione limitata
alla vertiginosa altezza di una vita superiore e divina.
È un
salto di qualità senza precedenti e senza confronti!
È ben
comprensibile lo stupore dell' Apostolo! Egli ci dice che il Padre, nel suo
amore per noi,
- ci unisce
realmente al suo Figlio, così da farci una sola cosa con Lui;
- ci genera,
sia pure in maniera diversa, nella stessa generazione del suo medesimo
Figlio;
- si dona a
noi nel suo Figlio, facendosi una sola cosa con Lui;
- ci fa suoi
figli, nel Figlio suo;
- ci fa
partecipi della sua stessa vita divina.
SIAMO
CHIAMATI FIGLI
Quando
nasciamo non siamo figli di Dio, ma semplicemente sue creature.
Per
diventare suoi figli, occorre un ulteriore intervento
soprannaturale, una seconda generazione.
Cerchiamo
di capire.
Figlio è colui che procede da un altro per via
di naturale generazione.
La
generazione è l'origine di un vivente
da un altro vivente della stessa specie.
Noi
siamo figli dei nostri genitori perché
ci hanno generato nella loro identica specie. Un tavolo non può dirsi generato
dal falegname, perché il tavolo non è un essere vivente e non proviene dal
falegname per via di naturale generazione.
Siamo
figli dei nostri genitori e, insieme, creature di Dio, perché Dio ha
infuso in noi quell'anima intelligente che ci fa vivere e ci fa
comprendere.
L'essere uomini, sia maschio che femmina, significa già possedere
una grande dignità.
Nella
"scala degli esseri" l'uomo è al vertice di una scala che parte dai
minerali e prosegue con le piante e gli animali. E anzi, di essi, il signore
e il sacerdote, perché tutto è stato creato per lui, e di essi egli è
l'interprete intelligente e cosciente per dar lode al Creatore.
È già
tanto così!
Ma qui
nasce lo stupore: nell'apprendere che
il Padre ha voluto per l'uomo un ulteriore salto di dignità e di
qualità, un ulteriore intervento creativo, una seconda generazione.
Questa
rigenerazione, ci dice Giovanni,
- non è dovuta al volere di uomo,
- non si realizza attraverso i canali della carne e del
sangue,
- non è imposta a nessuno, ma è liberamente offerta a quanti accolgono il Figlio di Dio
e credono in Lui.
Tutto
si opera nel Battesimo, che ci immerge
nel mistero della Morte e Risurrezione di Cristo Salvatore e opera quella
realtà per la quale diventiamo
- figli di Dio,
- figli nel Figlio,
- figli
come il Figlio,
con una
sola differenza: Gesù è figlio per natura; noi lo diventiamo
per partecipazione.
LO SIAMO
REALMENTE!
Esclama il
Salmista: «che cosa è l'uomo perché te ne ricordi...?»(Sal8,5).
Il Dio
onnipotente e trascendente aveva scelto Israele e aveva stretto con lui
un'alleanza sponsale, ma non aveva ancora fatto dell'uomo un suo figlio.
Anche se
Dio nell'Antico Testamento veniva, a volte, chiamato Padre, la paternità
divina si estendeva a tutto il popolo "nel suo insieme" e in senso
metaforico.
È nel Nuovo Testamento che l'uomo:
- entra nel mistero della vita intima divina,
- diviene partecipe di questa vita divina,
- diventa personalmente figlio di Dio. Diviene
figlio:
- il singolo
uomo,
- il singolo
credente,
- il singolo
battezzato,
e non
l'umanità nel suo complesso, il "popolo di Dio" nel suo insieme, la Chiesa come
realtà mistica.
È COLMATO
L'ABISSO!
Siamo
figli di Dio!
E
diventando tali, veniamo in un certo senso a colmare l'abisso, per sé
invalicabile, che separa l'uomo finito dal Dio infinito.
Padre è
colui che comunica a qualcuno la sua stessa natura. Dio Padre comunica la
sua stessa natura al Figlio, che è tale perché è "della stessa sostanza del
Padre".
Ma questo
unico Figlio, incarnandosi, è divenuto una cosa sola con noi, e noi, in un certo
modo, diveniamo "figli nel Figlio".
NELL'UNICO
FIGLIO DIVENTIAMO TUTTI FRATELLI
Nell'unico Figlio diventiamo, dunque, tutti
fratelli.
Tutti:
cioè gli uomini che, senza alcuna distinzione, liberamente accettano di
diventare partecipi dell'unica natura divina.
E
diventando figli, diventano fratelli, perché acquistano la generazione dal
Padre e la comunione col suo unico Figlio.
È dunque
questo l'autentico fondamento della cristiana fraternità: la comune
dignità di figli.
Siamo
tutti fratelli perché diciamo "Padre" alla stessa Persona, e perché il
Primogenito, Gesù, ci unisce in Lui in un unico Corpo, in un'unica realtà
divina.
"CIO’ CHE
SAREMO NON È ANCORA RIVELATO"
Ma non
tutto è ancora stato rivelato, e quindi non tutto è ancora
evidente.
Occorre
fare un arduo passaggio da ciò che è visibile a ciò che è
invisibile.
Ogni
realtà sensibile è segno di una realtà sopra-sensibile. Occorre fare
un balzo nella fede per riuscire a immaginare ciò che è ancora
nascosto.
Il Regno
di Dio sulla terra, la Chiesa, racchiude realtà divine, ma agli occhi
terreni, queste realtà sono ben poca cosa~ Basta pensare all'Eucaristia: che
cosa c'è di più umile di quella piccola ostia? Eppure è segno e presenza del
Corpo di Gesù!
Noi siamo
una realtà fragile e mortale, ma già possediamo una tale dignità che
ci farà esplodere di gioia nel momento nel
quale essa
ci sarà pienamente e definitivamente rivelata. È celebre la frase di J. H.
Newman: «Grace is glory in exile. Glory is grace at home» (La grazia è la gloria
in esilio. La gloria è la grazia giunta a casa).
"GIÀ" E
"NON ANCORA"
Il Padre
fa di noi dei figli.
Nati da un
padre e da una madre che ci hanno trasmesso le realtà terrene, nel
Battesimo siamo rinati a figli delle realtà celesti.
Ora
siamo come un feto immaturo, a mezza strada:
- fra il
passato e il futuro,
- fra le
cose che vediamo e quelle che non vediamo,
- fra il
bene e il male,
- fra il
rischio di accogliere il dono divino o di rifiutarlo,
in una
lotta perenne con le nostre cattive
tendenze e con l'azione di Satana che ci ostacola, con ogni mezzo, nel
nostro cammino incontro alla piena e perfetta figliolanza divina.
Non siamo
in una posizione né facile né comoda, e per questo soffriamo:
- di
incompletezza, perché non abbiamo ancora la maturità definitiva;
di
cecità, perché siamo chiusi nelle cose,
non vediamo ancora con chiarezza;
di
nostalgia, perché abbiamo già nelle
vene il sangue di Dio e siamo costretti a sopportare il sangue turbolento e
malato di uomini.'
L'UNICO
PROGETTO DEL PADRE: FARCI SUOI FIGLI COMPLETI
Farci
suoi figli: non in senso ontologico,
perché col Battesimo lo siamo già, ma in senso morale, cioè
nel senso di una maturità che ci porta a essere figli in senso
completo.
La nostra
storia terrena non è che la storia della nostra gestazione come figli di
Dio.
Siamo come
il feto nel seno della mamma.
Noi amiamo
il ventre della mamma, ma ne siamo usciti appena abbiamo potuto.
Non basta essere concepiti: bisogna uscire dal seno
materno, crescere, svilupparsi in piena autonomia personale.
Il
cosmo e la storia sono come il seno
immenso e molteplice dove si compie questa nostra gestazione, e tutto è
predisposto per questo.
E se
l'unico progetto divino è quello di farci pienamente figli, è bello pensare
alla presenza di un Padre che lavora per noi e con noi per realizzare il suo
progetto.
Il progetto non è finito e il lavoro non è ancora
compiuto: se fosse finito, sarebbe già
la fine del mondo!
E infatti
"tutta la creazione, anelando alla gloriosa manifestazione dei figli di Dio,
geme e soffre nei dolori del parto" (cf. Rm 8, 19-22). Chi
vive nella fede, è consapevole di stare realizzando in se stesso un piano
superiore e a lieto fine.
- Sa di
dover andare oltre le realtà contingenti e sensibili.
- Sa che
il meglio per lui è nel futuro.
- Sa che
il domani sarà meglio dell'oggi.
- Sa che
il Padre lo sta attirando, attraverso vie misteriose e spesso dolorose,
verso una maturità che sarà piena solo quando riuscirà a vivere totalmente la
sua realtà di figlio.
E quando,
divenuto pienamente figlio, lascerà questa terra nella quale è stato generato,
potrà dire con entusiasmo: finalmente! Finalmente sono giunto a casa, da mio
Padre!
5
DIO,
UN PADRE PROVVIDENTE
Padre santo,
che vedi e provvedi a tutte le creature, sostienici con la forza del tuo
Spirito, perché in mezzo alle fatiche e alle preoccupazioni di ogni giorno...
operiamo con piena fiducia per la libertà e la giustizia del tuo regno.
(Colletta dell' 8° Domenica del Tempo ordinario)
Dio ha
creato l'uomo e lo ha posto al centro della creazione. Ha fatto di lui
l'oggetto:
- delle
sue attenzioni,
- del suo
amore,
- della
sua tenerezza paterna e materna.
L'uomo è
il suo vero e insuperabile capolavoro.
Su di lui
ha un solo grande progetto: farlo suo alleato e suo figlio in senso pieno e
definitivo.
Nel
momento nel quale lo ha creato, non ha cessato la sua opera, ma la continua
ininterrottamente, perché l'uomo, che èuna causa seconda, nulla può fare
senza l'intervento della Causa prima.
È come il
raggio di luce che si fa presente e agisce solo se, all'origine, sussiste
il sole dal quale proviene.
Che
significa che Dio è provvidente?
Significa
che il Creatore «ha cura e provvidenza delle cose create e le conserva e dirige
tutte al proprio fine, con sapienza, bontà e giustizia infinita».'
La
Provvidenza è quindi la continuazione e lo sviluppo della creazione. È
l'amorevole presenza e l'efficace sostegno che il Padre dona all'uomo
perché possa raggiungere lo scopo per cui è stato creato.
L'ANTICO
TESTAMENTO RIVELA APERTAMENTE LA VIGILE PROVVIDENZA DEL PADRE
- A livello cosmico.
Jahvé è il Signore della natura. Tutto è
diretto da lui: il sole, la luna, le stelle, il mare, le piogge, le stagioni
ecc.
È un
dominio esercitato sempre per il bene del suo popolo: «Se seguirete le
mie leggi, se osserverete i miei comandi e li metterete in pratica, io vi
darò le piogge alla loro stagione, la terra darà prodotti, e gli alberi della
campagna daranno frutti» (Lv 26, 3-4).
- A livello personale.
Giuseppe è venduto dai fratelli e deve molto soffrire, ma tutto si
risolverà per il bene suo e degli stessi fratelli che l'hanno perseguitato.
Esclama: «non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio» (Gen45,8).
Tobia deve sottostare a molte vicende
dolorose, ma deve constatare il trionfo della Provvidenza che interviene a
premiare il giusto (cf. Tb 11, 14-15).
Giobbe
sopravvive alle prove perché è sorretto e guidato dalla Provvidenza. Afferma:
«Vita e benevolenza tu mi hai concesso e la tua premura ha custodito il mio
spirito» (Gb 10, 12).
Il
Libro della Sapienza inneggia sovente
alla Provvidenza con espressioni significative come queste: «In suo potere siamo
noi e le nostre parole» (Sap 7, 16); "la tua Provvidenza, o Padre, guida
la barca perché tu hai predisposto una strada anche nel mare" (cf. Sap
14, 3).2
- A livello sociale e storico.
Tutta la
storia del popolo di Dio è contrassegnata da interventi prodigiosi, a
cominciare dalla liberazione dalla schiavitù dell'Egitto e di Babilonia e
dall'assistenza nel deserto.
Jahvé non abbandona un istante il suo popolo, ed
è sempre pronto a sostenerlo, a difenderlo, a nutrirlo, a
proteggerlo.3
Dio
interviene anche sui popoli stranieri: dirige i destini degli Etiopi, dei
Filistei, degli Aramei (cf. Am 9, 7), degli Egiziani (cf. Is 19,
21-25).
E si serve
di Ciro, re dei Persiani, per ricondurre il suo popolo da Babilonia a
Gerusalemme. Di lui dice: «Io l'ho preso per la destra, per abbattere davanti a
lui le nazioni» (Is 45, 1).
I SALMI
CANTANO LA PROVVIDENZA
Alcune
espressioni fra le più note:
- «non
abbandoni chi ti cerca, Signore» (Sal 9, 10-lì).
- «il
Signore è il mio pastore: non manco di nulla» (Sal 23, 1).
- «mio
padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal
27, 10).
-
«Signore, tu mi scruti e mi conosci, ... dove andare lontano dal tuo spirito...
Sei tu che hai creato le mie viscere, e mi hai tessuto nel seno di mia
madre» (Sal 139, 1.7.13).
- «tutti
da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. Tu lo provvedi,
essi lo raccolgono, tu apri la mano, si saziano di beni» (Sal 104,
27-28).
- «Egli
copre il cielo di nubi, prepara la pioggia per la terra, fa germogliare l'erba
sui monti. Provvede il cibo al bestiame... Manda una sua parola ed ecco si
scioglie, fa soffiare il vento e scorrono le acque» (Sal 147, 8-9.18);
«Il Signore si compiace di chi lo teme, di chi spera nella sua grazia» (Sal
147, 11).
Poche
verità sono rivelate in termini così espliciti e rassicuranti, come quella
della Provvidenza.
Non per
nulla il Dio dell'Antico Testamento si rivela con un nome, Jahvé, il
cui significato, fra gli altri, è quello di "Io sono Colui che è qui": e
quindi un Padre che è sempre disponibile ed è l'unico punto di riferimento
sicuro per qualsiasi necessità.
NUOVO
TESTAMENTO: GESÙ RIVELA CHIARAMENTE LA DOLCE PROVVIDENZA DEL PADRE
Lo fa
principalmente in questi due testi immediati e comprensibili:
1. «Amate i vostri nemici e pregate per i
vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste che
fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere
sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5, 44-45).
2. «Per la vostra vita non affannatevi di quello
che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che
indosserete: la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del
vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né
ammassano nei granai, eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non
contate voi forse più di loro?
E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere
un'ora sola alla sua vita?
E perché vi affannate per il vestito?
Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano
e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria,
vestiva come uno di loro.
Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e
domani sarà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di
poca fede?
Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa
mangeremo?
Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i
pagani, il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e
tutte
queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani
avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta
la sua pena» (Mt 6, 25-34).
FIDUCIA E
ABBANDONO
Gesù usa parole semplici e comprensibili,
partendo dalla considerazione di ciò che tutti vedono e sentono.
Egli
conosce i problemi della gente comune in mezzo alla quale vive, e che è in
continuo assillo:
- per il cibo,
- per le bevande,
- per il vestito,
- per la sofferenza personale e familiare,
- per le miserie fisiche della vecchiaia,
- per la morte,
- per le ingiustizie a tutti i livelli...
Gesù
conduce la sua vita terrena in mezzo a persone inquiete, preoccupate, ribelli,
polemiche, protese al raggiungimento di un futuro migliore. Ed è continuamente
interpellato e contestato.
Come
si comporta?
Con un
atteggiamento di grande fiducia e di pieno abbandono alla volontà del
Padre.
Gesù è
forte e sereno perché è consapevole di fare la volontà del Padre e perché è
certo che nulla gli può accadere senza che lo sappia Lui!
Poi
dice: avete problemi? siete preoccupati
per il futuro? volete spiegazioni?
Non
cercate risposte o soluzioni, ma semplicemente: guardate! Guardate come il Padre
si comporta con gli esseri più umili e insignificanti, e state certi che farà
altrettanto con voi, che valete ben più di loro!
Di
conseguenza:
- niente
paura: a voi pensa il Padre!;
- vivete
alla giornata: basta a ciascun giorno il suo affanno!;
- non
fate confronti: sforzatevi di amare i nemici, perché anch'essi sono amati e
assistiti dal Padre!;
-
preoccupatevi di cercare come prima cosa il regno di
Dio, e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta!
La
Provvidenza quindi, secondo Gesù, non la si insegna, ma la si vede nel
tessuto ordinario e straordinario delle cose che sono disegnate dalla mano
sapiente e amorevole del Padre.
È un
disegno di amore che solo chi ha l'occhio puro e il cuore buono riesce a
capire!
PROVVIDENZA SÌ, MA CON IMPEGNO PERSONALE
La
Provvidenza è l'aiuto che il Padre dona a ogni uomo per aiutarlo a raggiungere
lo scopo che Egli ha fissato per lui.
Dio non si sostituisce all 'uomo, ma lo invita a collaborare,
lasciandogli:
- la sua
libertà,
- la sua
responsabilità,
- la sua
personalità;
lo pone
nelle condizioni di dare il suo personale e insostituibile apporto.
A
ciascuno la sua parte:
- la Provvidenza non può fare tutto senza l'uomo;
- l'uomo non
può far nulla senza la Provvidenza.
Madre
Teresa di Calcutta scrive: «se a
volte i nostri poveri arrivano a morire di fame, non dipende dal fatto
che Dio non si prende cura di loro. Dipende piuttosto dal fatto che né voi, né
io siamo abbastanza generosi. Dal fatto che non siamo strumenti impegnati nelle
mani di Dio per dare loro cibo e vestito».
UNITÀ E VARIETÀ DELLA PROVVIDENZA
Il Padre
ama tutti con un amore personale, originale, unico e diverso.
È il
Padre di tutti e di ciascuno, e la sua Provvidenza raggiunge
ogni singola persona.
Il suo
primo e grande scopo è quello di
"salvare tutti gli uomini e di farli arrivare alla conoscenza della
verità".
E siccome
la salvezza si attua attraverso Cristo, tutto Egli dispone in modo che ogni
uomo, prima o poi, si possa incontrare con Lui.
Cristo è
l'unico Salvatore del mondo: l'azione della Provvidenza è quindi rivolta a
condurre, direttamente o indirettamente, a Lui. Le vie per arrivare sono
tante, e tutte sono predisposte per questo incontro, che resta il più importante
e decisivo nella vita di ciascuno.
La
Provvidenza, che è unica per tutti, acquista aspetti diversi a seconda delle
diverse persone e dei loro diversi ruoli.
Dio accetta il rischio di sembrare
ingiusto.
Non
rifiuta l'indispensabile a nessuno, ma a certe persone sembra dare con più
abbondanza...
Sembra
ingiusto ma non lo è, perché a chi ha
dato di più chiede di più; chi riceve di più, riceve per gli altri. Deve
servire di più. Deve vivere per servire.
RESTA IL
MISTERO
Scrive
Rosmini: «stimo necessario dare alla gioventù una grande idea della divina
Provvidenza, e infonderle il rispetto per tutte le disposizioni divine,
senza mai prendere scandalo dagli avvenimenti, siano quali si vogliano»!
"Senza
prendere scandalo": sì, perché è assai
difficile non restare sconcertati e addirittura scandalizzati di fronte a tante
situazioni complesse, sconvolgenti, assurde e insolubili.
Non resta
che dire: le vie della Provvidenza sono avvolte da oscurità misteriose. E non è
in nostro potere la facoltà di comprendere e di comporre ogni
cosa.
«Solo in certi speciali istanti ci è
permesso gettare uno sguardo fugace in tale mistero, per averne un presentimento e
percepirne una minima traccia».
Il
credente, il figlio consapevole della bontà del Padre, non ha che una possibilità intelligente e valida:
attendere, riflettere, pregare, e, soprattutto, abbandonarsi con
filiale confidenza fra le braccia di Colui che tutto volge per il suo vero
bene, anche se non lo comprende.
6
DIO,
UN PADRE MISERICORDIOSO
O
Padre, sempre pronto ad accogliere pubblicani e peccatori appena si dispongono a
pentirsi di cuore, tu prometti vita e salvezza ad ogni uomo che desiste dal
male:
(Colletta della 26° Domenica del Tempo ordinario)
La storia
dell' antico popolo di Dio si può definire una peculiare esperienza della
misericordia di Dio, a livello individuale e sociale.
Israele è
il popolo dell'Alleanza.
Si è
alleato con Dio, con solenni giuramenti, con tante promesse vicendevoli e
sacrifici a non finire:
Ma
quante infedeltà! Quanti tradimenti!
Ma Dio non
si dà per vinto, e per questo suo alleato fragile e imprevedibile riserva
solo:
-
comprensione,
-
compassione,
-
perdono.
È un
Dio
- ricco di misericordia,
- pieno di
tenerezza e di grazia,
- lento
all'ira,
- sempre in
attesa di un pentimento e di un ritorno.
L'Antico
Testamento, per esprimere la misericordia, usa diversi
termini
con alcune sfumature, che si completano a vicenda.
I due
principali sono:
- hesed,
che significa bontà e fedeltà. Viene spesso usato unito all' altro termine
we-emet, che significa grazia e fedeltà;
- rahamin,
che ha una sfumatura materna, perché rehem è il grembo materno.
Indica
il particolare rapporto di amore che si instaura fra la madre e il suo
bambino.
È un amore
gratuito, un'esigenza del cuore, che genera una gamma di sentimenti, fra i quali
la tenerezza, la pazienza, l'attesa, il perdono facile e generoso.'
Nella
predicazione dei Profeti, la misericordia è una speciale potenza dell'amore, che
prevale sempre sul peccato e sull'infedeltà.
Per quanto
grande sia il peccato, la misericordia divina lo supera infinitamente,
"quanto l'Oriente dista dall'Occidente".
Sarebbe
lunga e interessante l'elencazione dei numerosi testi dei Profeti e dei Salmi
che parlano della misericordia, ma è forse preferibile concentrare l'attenzione
su ciò che ha detto e fatto Gesù.
GESÙ
RIVELA E TESTIMONIA L'INFINITA MISERICORDIA DEL PADRE
È
ascoltando e guardando Gesù che possiamo riuscire a comprendere
l'infinito amore e la sorprendente misericordia del Padre!
Si può
dire che il tema della misericordia è stato al centro di tutta la sua vita
terrena: una vita segnata dall' amore, dal perdono, dal dono di sé fino
alla morte, per cancellare e riparare il peccato di tutta l'umanità.
Gesù è
«la vera incarnazione della misericordia».2
Dice la
Preghiera eucaristica quinta: «il Padre misericordioso ci ha donato il suo
Figlio, come fratello e redentore.
In Lui ha
manifestato il suo amore per i piccoli e per i poveri, per gli ammalati e gli
esclusi.
Mai Egli
si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli.
Con la
vita e la parola, ha annunziato al mondo che Tu sei Padre e che hai cura
dei tuoi figli».
Dunque: il
Padre, per dimostrarci la sua infinita misericordia, ci ha fatto un
incomparabile dono: il Figlio!
Gesù rende presente, quindi, fra gli uomini, il suo Padre; èanzi lo stesso
Padre che, in Lui, agisce e parla, dimostrando, con la sua vita e con la sua
parola, che
- Dio è Padre,
- Dio è Amore (cf. 1 Gv
4, 8.16),
- Dio è ricco di misericordia (cf. Ef
2, 4).
Anzi: Gesù
fa della misericordia non solo il centro della sua predicazione, ma anche la
verifica dell'autenticità della sua missione!
Infatti:
- a
Nazaret, nella Sinagoga Gesù aveva detto che lo Spirito era su di lui e che
lo aveva consacrato e inviato ai poveri, ai ciechi, ai prigionieri, agli
oppressi ecc. (cf. Lc 4, 14-27);
- agli inviati di Giovanni Battista dice di essere il vero Messia perché sta attuando tutta
questa misericordia: i ciechi vedono, gli zoppi camminano ecc. (cf. Lc 7,
22).
CON LA
VITA
Sono così numerosi i peccatori che a Lui ricorrono, da farlo definire amico dei
peccatori (cf. Mt 11, 19).
Lui stesso
ripetutamente dirà «non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt
9, 13).
E qual è, in particolare, il suo rapporto con essi?
Un
atteggiamento:
- di estrema comprensione,
- di grande compassione,
- di attenta distinzione per il peccato in sé e
il peccatore che lo compie.
Gesù è
sempre disponibile a perdonare e a scusare. Una sola cosa lo trattiene: "il
peccato contro lo Spirito Santo" che è l'accettazione a occhi aperti della
menzogna, il capire cosa sia male e volerlo fare ugualmente, la mancanza di
pentimento (cf. Mt 12, 31). Al paralitico Gesù dice:
«Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati» (Mc2, 5).
Il malato
chiede la guarigione, e Lui gli dà la guarigione del corpo e dello spirito. E
una fede grande quella del paralitico, una fede che lo salva; ma è grande
l'amore del medico divino! All'adultera dice: «Neanch'io ti condanno, va'
e d'ora in poi non peccare più» (Gv 8, 11).
Gesù non
approva il suo peccato, ma dona il suo perdono a lei, peccatrice da tutti
rifiutata.
Anche a
Zaccheo, usuraio e imbroglione, Gesù
perdona: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19, 9).
Motivo di
questo perdono? «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho
frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19, 8).
Alla peccatrice, in casa di Simone, Gesù
dice: «Ti sono perdonati i tuoi peccati... la tua fede ti ha salvata, va'
in pace!» (Lc 7, 48-50).
Il perché
di tanto perdono? «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto
amato (Lc 7, 47).
Al buon
ladrone sulla croce, che grida a Gesù:
«ricordati di me quando entrerai nel tuo regno», Gesù risponde con prontezza:
«In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23, 42-43).
La
schiettezza e la fede fanno breccia nel cuore di Gesù.
Il
perdono per Gesù è una festa!
Afferma:
«ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove
giusti che non hanno bisogno di conversione» (Le 15, 7).
Dio si
rallegra della pecorella ritrovata «più che per le novanta-nove che non si erano
smarrite» perché «il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno
solo di questi piccoli»
(Mt 18, 12-13).
CON LA
PAROLA: "LE PARABOLE DELLA MISERICORDIA"
Quante
volte Gesù si è dilungato a illustrare la misericordia e il perdono con parole,
con esempi, con parabole ricavate dal comune modo di vivere dei suoi
contemporanei!
Soprattutto le parabole, che vengono appunto chiamate
"le parabole della misericordia".
Sono
tre:
- la
pecorella smarrita e ritrovata (Le
15, 4-7);
- la dramma
perduta e ritrovata (Le 15, 8-10);
- il figlio
(o figliol prodigo) perduto e ritrovato (Le 15, 11-32).
Esse
furono pronunciate davanti a un pubblico eterogeneo, composto in prevalenza da
persone che "si credevano giuste", ma che in realtà erano ben lontane
dall'atteggiamento di umiltà e di disponibilità richiesto per accogliere il dono
della misericordia e del perdono... e dal comprendere il vero senso della
parola del Salvatore!
LA
PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO, O DEL FIGLIO PERDUTO E RITROVATO
È la
parabola che, pur non usando la parola "misericordia", ne esprime il contenuto in
modo particolarmente limpido.
La si può
dividere in tre parti:
- il dramma
del figlio che abbandona il padre (cf. Le 15, 12-19);
- la festa e
il perdono accordato dal padre al suo ritorno (cf. Le 15, 25-31);
- il rifiuto
del fratello di perdonare e accogliere il fratello (cf. ibid.).
1.
Voglio andarmene di casa!
È il
dramma di un figlio che ha la fortuna di avere una casa e un padre, e quindi ciò
che di meglio si possa desiderare, ma che se ne vuole andare, forse
suggestionato e traviato dagli amici.
Vuole
lasciare la sua casa, perché?
Perché
vuole essere pienamente libero, senza controllo alcuno; perché vuole divertirsi
senza alcun freno;
perché
vuole disporre dei beni "che gli spettano" senza dover rendere conto a
nessuno;
perché non
può più sopportare l'ambiente di casa!
2. Il
padre lo guarda angosciato, ma non
lo maledice, non lo maltratta, e neppure gli impedisce con la forza di
realizzare il suo folle disegno.
Soffre
in silenzio e piange lacrime
amare!
L'amore è
tolleranza, resistenza, pazienza infinita.
Dio è
tutto questo... e non per un solo
figlio insensato, ma per ogni uomo che decide di voltargli le spalle.
3. Il
figlio non si lascia commuovere e mette
in atto la sua decisione; "parte per un paese lontano e là sperpera, le sue
ricchezze, vivendo da dissoluto".
È
inizialmente "felice", perché ha raggiunto il suo scopo.
Poveretto!
Non sa che sta distruggendo la sua fortuna, e, soprattutto, la propria
persona!
4.
Scoppia il dramma.
Il denaro
finisce, gli amici si dileguano, e si profila la disperazione. E avviene
l'inevitabile: la fame, la solitudine, il tradimento dei compagni di
baldoria, il disastro!
- Lui, l'indipendente che rifiutava il padre, è
obbligato a guadagnarsi il pane;
- Lui, non abituato a "contare i soldi", deve umiliarsi
a fare il garzone;
Lui, il
sensuale, il gaudente, lo sprecone, vorrebbe saziarsi con il cibo per i porci,
ma non gli è concesso.
Dio
conduce dolcemente l'errante a "toccare con mano" la sua povertà e lo fa con
infinita pazienza, rispettando i tempi e la libertà di ciascuno.
5.
Incominciano i ripensamenti e i pentimenti.
"Ma come posso continuare a vivere così?
Non ho più mezzi per tirare avanti e non ho più alcuna dignità
per presentarmi a nessuno!... Com'era bella la mia casa! Come mi sentivo
amato, rispettato, servito!... Quanta nostalgia, quanto rimpianto!".
E affiora
un pensiero di speranza, anzi una certezza: "tutti mi hanno abbandonato,
tutti mi possono abbandonare... ma mio padre no! Non è possibile che lui mi
abbia dimenticato! Non è possibile che lui non mi aspetti ancora!... Io l'ho
tradito e abbandonato, ma lui non può tradirmi e abbandonarmi! Non è
possibile... perché lui è mio padre!"
L'amore
di Dio, creativo e inesauribile, aiuta
a riflettere e a prendere decisioni fino ad allora impensabili!
6.
Decide di tornare a casa!
La
decisione avviene dopo molti ripensamenti ed è determinata dalla nostalgia di
casa e dalla certezza di ritrovarvi un padre buono, accondiscendente,
comprensivo oltre ogni limite.
È
umiliante ripercorrere quella strada che ha conosciuto la sua fuga! Mille timori
lo assalgono: mio padre riconoscerà in questa larva di uomo suo figlio? Mi
accoglierà, mi aprirà la porta (almeno quella di servizio!)? Mi perdonerà?
Eccolo: è
già sulla porta! Lo attende l'esperienza di un perdono che non avrebbe mai
potuto immaginare!
Il
perdono, nel cuore del Padre celeste, è presente fin dall'inizio di ogni traviamento, ma
non può raggiungere il figlio se questi non decide, in piena libertà, di
ritornare a casa!
7. Il
padre lo attende con impazienza.
Il padre
non ha mai perduto la speranza! Era sicuro che le tristi esperienze della
lontananza lo avrebbero maturato! E "commosso gli corre incontro e lo
bacia". Nulla si frappone a questo abbraccio tanto atteso! Nulla di più bello di
questo bacio tanto amorevole!
Dio è
sempre in attesa del peccatore. Conta i
passi del suo ritorno.
E
quando arriva, non si comporta come un
papà offeso e ferito, desideroso di rivalsa, e non è vendicativo,
perché ama soltanto.
Il
peccato ha già in sé la sua punizione;
perché infierire ancora? Il padre bacia il figlio: il bacio è il
segno del perdono pieno, soprattutto se scambiato in silenzio, senza
disturbare l'intima e traboccante effusione del cuore!
8. Il
figlio si confessa: "Padre, ho peccato
contro il Cielo e contro dite...". Mette Dio prima del Padre! Ha già capito che
il tradimento nei confronti del padre è una cosa orribile davanti a Dio!
Non si sente degno davanti al Padre celeste e a quello terreno.
9. Il
padre lo perdona senza esitazione e senza attese.
Non vuol
perdere tempo! Vuole fare festa! Vuole rivestire il figlio degli abiti belli,
degli abiti festivi. Vuole gli abiti della Pasqua, quello delle nozze. Vuole
una festa bella, ricca, con la presenza di tutti i componenti della
famiglia. Occorre che tutto sia come prima, figlio come prima, erede
come prima, responsabile come prima.
È un padre
impazzito per la felicità, come il protagonista della Parabola parallela del
pastore che ha ritrovato la pecora smarrita. È pazzo di gioia perché "ci sarà
più festa in cielo per un peccatore pentito che per novantanove
giusti".
10.
Incominciano a far festa.
È una
festa grande, anche se rattristata dal rifiuto del fratello maggiore.
La festa è
tanto più sentita quanto meno immaginata prima: chi poteva pensarla?
È la
festa della vita: il figlio era morto ed è tornato in vita.
È la
festa del grande ritorno: era perduto ed è stato ritrovato. Era morto, dato
per morto da tutti.
Ma non per
il cuore del Padre, che non si dava pace per lui e lo inseguiva ostinatamente,
con coraggio e con fiducia.
Dio, nonostante tutto, è il Padre
insostituibile e l'amico fedele.
Nella
parabola del Padre è celebrata la vittoria dell'amore misericordioso. La
vittoria di un Padre che è anche Madre, perché, ovviamente, quella
figura è onnicomprensiva di un infinito amore paterno e materno
insieme.5
Scrive il
Card. Biffi: «il Padre è l'unico che resta alla fine. Prima vogliamo
provare tutto, ci rivolgiamo a tutti, tentando di sfuggirgli in qualche modo;
poi cadiamo fra le sue braccia... Lo lasciamo per ultimo, perché possediamo la
certezza di ritrovarlo, quando ogni altra speranza sarà andata in
fumo».6
7.
DIO,
IL PADRE DEI POVERI E DEI SOFFERENTI
O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli
ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di
coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue, e
tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue
meraviglie.
(Colletta della 23° Domenica del Tempo ordinario)
COME CONCILIARE LA PROVVIDENZA DEL PADRE CON LA
SOFFERENZA DELL'UOMO?
Domanda: se Dio è onnisciente e onnipotente, come
conciliare la sua Paternità, con la triste realtà della sofferenza, soprattutto
quella nei piccoli e negli innocenti?
Come conciliare la Provvidenza con la sofferenza?
Cosa pensare di un Padre che si definisce onnipresente e
provvidente e che sembra
- tanto lontano,
- tanto assente,
- tanto indifferente,
- tanto
muto,
- tanto
distaccato dalla realtà di un mondo nel quale sembrano trionfare solo il
male, il peccato, l'ingiustizia, l'arroganza, la morte?
Il problema angoscia tutti, e proprio perché «il mondo è radicato nella
sofferenza», urge dare una risposta, «se non si vuole che la fede si
tramuti in una droga consolatoria o in una superstizione paurosa e
infantile».
QUANTI MALI!
È difficile compilare un elenco dei molti mali che, da
sempre, affliggono gli uomini, anche perché le sofferenze, specie quelle morali,
acquistano diverse forme a seconda del carattere e della sensibilità di
ciascuno.
S. Agostino afferma che, nell'antichità, i termini usati
per indicare la felicità erano 288; ma quelli usati per indicare le varie
forme di sofferenza erano oltre 400!
E commenta: «la vita presente è un pellegrinaggio
faticoso, di incerta durata, pieno di miserie e intessuto di errori. Tutti i
mali vi si danno convegno fino alla morte, e se la felicità vi appare, è solo
per far sentire la sua assenza».
E stando così le cose, è davvero fallimentare la
condizione dell'uomo, perché:
- è creato
per la vita e sa che deve morire,
- è alla
ricerca della gioia e non trova che sofferenza,
- cerca
l'amore e deve vivere in un mondo di odi e di divisioni,
- aspira
alla giustizia ed è circondato da tante ingiustizie,
- vuole la
pace ed è oppresso dalla guerra.
Come dunque conciliare questi opposti? Come ammirare la
sapiente Provvidenza del Padre? Come continuare a dare credibilità
a un Dio che sentiamo tanto lontano dai nostri problemi?
ALCUNI TENTATIVI DI SOLUZIONE
Lungo il corso della storia sono state tentate tante
risposte e tante soluzioni ma esse sono risultate tutte parziali,
provvisorie, inutili, e incapaci di dare senso e scopo al dramma della
vita.
Nonostante le mille interpretazioni filosofiche e le
mille scoperte mediche e scientifiche, il dolore resta il compagno
fedele e il denominatore comune di ogni esistenza umana.
Il problema non ha che due alternative:
- o ammettere che tutto è assurdo;
- o accettare la presenza del mistero.
Alcuni affermano: il dolore è un assurdo, è cioè una realtà inspiegabile, che non
ha alcun fondamento razionale. E inammissibile l'esistenza di un Dio
creatore e provvidente, perché se esistesse, avrebbe già eliminato tutto ciò che
si oppone alla sua bontà.
L'uomo non ha che una strada: soggiacere a un destino
crudele e trascinare, con sofferta rassegnazione, un'esistenza che non ha senso
e scopo.
Altri dicono: il dolore non è un assurdo, ma semplicemente un mistero.
L'assurdo è una contraddizione in termini (come ad es. un cerchio quadrato).
Il mistero è una verità del tutto superiore, ma non contraria alla
nostra mente, e che noi accettiamo non per l'evidenza della cosa rivelata, ma
per l'autorità infallibile di colui che ce la rivela.
Il dolore, dicono, non è un assurdo, ma un mistero.
Non esclude Dio, ma lo interpella perché dia una risposta accettabile
all'uomo che, da solo, non sa rendersi conto della presenza del male e del
dolore.
L'UNICA SOLUZIONE RAGIONEVOLE VIENE DALLA FEDE
Noi ci accostiamo al mistero della sofferenza
attraverso la via della Fede, perché essa è la sola che può
garantirci l'assoluta verità di ciò che propone.
È troppo arduo il problema per accontentarci di opinioni
umane sempre parziali e contraddittorie!
Abbiamo bisogno di sapere con certezza assoluta che
cosa si nasconde dietro il buio dell'immenso dolore dell'umanità. Abbiamo
bisogno di sapere chi è l'invisibile Regista che guida, dietro la scena,
il susseguirsi delle vicende umane.
Abbiamo bisogno di sapere i criteri che ispirano
i suoi interventi spesso per noi tanto strani e incomprensibili.
Ci accostiamo così all'unica fonte del nostro
sapere.
Ovviamente, con l'umiltà dovuta e con quel senso dei
nostri limiti che allontana ogni atteggiamento di meschina arroganza.
Affidiamo alla divina Rivelazione la soluzione del mistero.
GIOBBE E TOBIA
La Bibbia, che nel suo insieme è stata definita "un
grande libro sulla sofferenza", già nell'Antico Testamento presenta molte
descrizioni impressionanti di vicende, situazioni e persone immerse nelle
sofferenze più varie e sconvolgenti.
Due casi-limite molto significativi: Giobbe e Tobia.~
Giobbe è un uomo giusto che soffre atrocemente. Senza sua colpa, perde i
figli e tutti i suoi beni; e infine viene colpito egli stesso da una grave e
ripugnante malattia.
Gli amici lo ritengono colpevole. Ai loro occhi, la
sofferenza può avere un solo senso: è una giusta pena per i suoi peccati!
Interviene Dio, ma non dà la soluzione del problema.
Solo afferma che l'uomo non ha diritto di chiedergli il perché dei mali che lo colpiscono.
Giobbe accetta con umiltà, ovviamente senza capire.
Riesce a capire che deve accettare le sue sofferenze e che non può pretendere di
avere una risposta definitiva.
Tobia, in forma più semplice, propone lo stesso tema.
Egli è divenuto cieco, e la moglie gli dice: "dove sono le tue elemosine? Dove
sono le tue opere buone? Ecco... lo si vede bene da come ti sei ridotto!".
Più oltre però si dice che, appunto perché era giusto,
era necessario che subisse una grande prova!
Non c'è dunque ancora una chiara rivelazione sul perché
della sofferenza, e di una sua ricompensa nella vita futura.
Nei Salmi si
susseguono considerazioni diverse e alterne, ma in essi già si accentua la
certezza:
- che la sorte del giusto sarà diversa da quella del malvagio,
- che è
meglio soffrire con Dio che contro di
Lui,
- che un giorno Dio "potrà riscattare il giusto e
strapparlo dalla mano della morte" (cf.
Salì; 49, 15-16; 53; 37; 73). La prima luce del Nuovo Testamento non è
lontana!
IN GESÙ LA SOFFERENZA È VINTA DALL'AMORE
È con Gesù che il mistero viene ad assumere una sua luce
piena e convincente.
È Lui a rivelarci l'infinito amore del Padre che
proprio nella sofferenza e attraverso la sofferenza,
realizza i suoi progetti.
Seguiamo Gesù nel suo incontro col mondo della
sofferenza.
1. Gesù è sempre circondato da sofferenti e da
malati.
Matteo: «Gesù
andava intorno per tutta la Galilea... predicando la buona novella del regno e
curando ogni sorta di malattie e di infermità del popolo» (Mt 4, 23).
Luca: «Tutta la folla cercava di toccarlo perché usciva da lui una forza
che sanava tutti»; «Al calar del sole tutti quelli che avevano infermi colpiti
da mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le
mani, li guariva» (Le 6, 19; 4,40).
Dunque:
un mondo di malati circonda ovunque Gesù. Sono tanti e non danno
tregua: lebbrosi, paralitici, zoppi, idropici, ciechi, sordi, muti, storpi,
indemoniati... Malati nel corpo e nello spirito.
Sono insistenti, petulanti, ossessivi. Non
lasciano in pace Gesù. Ciascuno vuole poterlo avere per sé, per interessarlo al
suo particolare problema.
2. Come
si comporta con essi?
- Con un
grande senso di pietà e di compassione;
- con
atteggiamento di simpatia, e non di rifiuto;
- con un
trattamento uguale per tutti, senza distinzioni;
- con un
tocco personale di amore, che si traduceva in gesti di
tenerezza;
- a volte,
con interventi straordinari miracolosi.
Mai
reazioni nervose, mai parole meno che dolci e gradevoli; mai processi alle
intenzioni, mai ricerche di colpe e responsabilità...; ma per tutti:
interessamento, rispetto, disponibilità.
A Pietro
che domanda: «chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse
cieco?», Gesù, con una risposta che preclude la via a ogni discussione,
risponde: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si
manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv 9, 2-3).
3. A
volte compie miracoli.
E perché non sempre e per tutti?
Evidentemente perché non era questo lo scopo della sua
missione! I veri miracoli compiuti, (pochi in confronto alle richieste!) non
sono direttamente finalizzati soltanto a guarire qualche malato, anche per
questo, ma soprattutto per dare autorevolezza e sostegno alla sua Persona e
al suo messaggio.
Attraverso i miracoli Gesù vuol dimostrare di essere venuto per
salvare gli uomini e non per guarirli dai loro malanni.
Gesù si
presenta come il Salvatore dell'uomo: dell'uomo tutto intero, anima e
corpo, dell'uomo bisognoso di essere liberato dal peccato e di essere reso
partecipe della vita divina; dell'uomo destinato alla vita eterna.
La
salute fisica può entrare nel piano
della salvezza globale dell'uomo, ma resta un aspetto limitato e
transitorio.
Ecco
perché
4. a tutti, indistintamente, dà una "cura su misura Ed è
la cura dello spirito.
L'espressione "li curava tutti" va presa quindi
in senso spirituale e morale: una cura su misura per tutti e per ciascuno,
comunicata attraverso quel tocco personale rivolto alla persona che
lo cercava.
Una cura che aiutava il sofferente a comprendere il
significato e il valore del dolore e a sollevarlo nel suo arduo compito di
portare la croce.
Una cura che doveva aiutare il malato ad accogliere e
a valorizzare il suo dono: quello appunto del soffrire!
GESÙ NON ABOLISCE MA PRENDE SU DI SÉ LA SOFFERENZA
UMANA
Gesù è l'immagine del Padre che in Lui si fa
visibile. Facendosi uomo, avrebbe potuto eliminare ogni sofferenza in sé e
negli altri, attraverso tanti modi, non esclusi i miracoli.
E invece, proprio per realizzare il suo piano di
salvezza, ha scelto la via della sofferenza fisica e del dolore morale.
Non fu solo in mezzo ai malati per lenire le loro
sofferenze e per confortarli, ma
- fu addolorato,
- fu messo alla prova,
- fu tentato,
- fu tribolato Lui stesso.
E apparve fra gli uomini come "l'Uomo dei dolori", come
Colui che assommava in sé tutto ciò che
nel mondo si può soffrire, così che nessuna sofferenza gli si potesse dire
estranea o incompresa.
E la sua Croce divenne il simbolo e la sintesi
delle infinite piccole e grandi croci disseminate in tutte le vie e in
tutti i cuori della terra.
Lui, innocente, soffrì come e più di tutti, non per espiare i peccati che non aveva,
ma per operare, con l'altissimo valore della sua sofferenza, la
salvezza attesa.
Si fece esempio e punto di riferimento di tutti
gli afflitti, promettendo loro aiuto, consolazione, autorevole
presenza:
«Beati gli afflitti perché saranno consolati» (Mt
5, 4); «Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi
ristorerò... Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt
11, 28.30).
NELLA SOFFERENZA RISPLENDONO LA SAPIENZA E L'AMORE DEL
PADRE
Ed ecco il mistero!
Ma perché Dio, che aveva tante possibilità di scelta, ha
voluto scegliere proprio il dolore come mezzo di salvezza e di vita? Perché ha
scelto uno strumento tanto scomodo non solo per noi ma anche e soprattutto per
il suo Figlio divino?
Come conciliare dunque sofferenza e Provvidenza?
Risponde S. Agostino: «tutto ciò che quaggiù ci accade
contro la nostra volontà, non accade che per volontà di Dio, per disposizione
della Provvidenza, per i suoi decreti e sotto la sua direzione.
E se, considerata la debolezza della nostra mente, non
possiamo cogliere la ragione di questo o di quell'avvenimento,
attribuiamolo alla Divina Provvidenza, facendole l'onore di riceverlo
dalle sue mani.
E crediamo che non è senza ragione che essa ce lo
manda!».
E il Manzoni aggiunge: «Dio non turba mai la gioia dei
suoi figli se non per procurarne loro una più certa e più grande». Ecco allora
l'unica soluzione possibile e ragionevole: accettare la volontà divina,
comunque essa si manifesti, facendole credito, nella sicura convinzione che
ciò che proviene da essa è sempre e solo per il nostro bene.
Un giorno vedremo come e perché!
L'IMMENSO BENE CHE NASCE DALLA SOFFERENZA ACCOLTA CON
AMORE
Sul piano soprannaturale, tutti i battezzati formano, con Cristo, un corpo
solo.
In ciascuno palpita la vita della grazia, che viene
trasmessa dal Capo.
Tutto quello che appartiene a uno, entrando nel
circuito divino del Corpo, viene comunicato all 'intero Corpo, nel bene e
nel male.
Tutti però devono vivere in sé il mistero del Capo, che
sarà veramente completo solo quando tutti avranno dato il loro contributo
di amore e di sofferenza.
Ciascuno quindi, con la sua sofferenza, "completa la
passione di Cristo" (cf. Col 1, 24), e rende perfetto e maturo
l'intero Corpo.
La sua sofferenza diviene indispensabile e preziosa per
la salvezza e la crescita del Corpo di Cristo, che è la Chiesa.
Sul piano naturale, nulla come la sofferenza agisce sull'uomo con
insostituibili effetti che potremmo chiamare "le beatitudini del
dolore".
Il
dolore:
- conduce
alla scoperta di noi stessi;
- ci
matura;
- affina ed
eleva lo spirito;
- abilita
alla comprensione degli altri;
- espia i
nostri errori e peccati;
- è il
messaggero e l'alleato di Dio.
Sono
"beatitudini" naturali che ci aiutano a
capire la razionalità e l'utilità del dolore, ma non ci danno quella
piena luce alla quale aspiriamo.
E per
questo il Concilio Vaticano Il dice: «solo per Cristo e in Cristo riceve luce
quell'enigma del dolore e della morte, che al di fuori del Vangelo ci
opprime».
«Gesù di
Nazaret rischiara per noi il senso del mondo, non istruendoci sulla sua
legge e sui suoi misteri, ma dandoci fiducia sul suo fondamento, quella
fiducia che i credenti affermano dicendo "Padre nostro"».
«Questo
dunque è il senso vera mente soprannaturale e insieme umano della sofferenza. E
soprannaturale perché ci radica nel mistero divino della Redenzione del mondo;
ed è altresì umano perché in esso l'uomo ritrova se stesso, la propria
umanità, la propria dignità, la propria missione».
8.
Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di
Cristo, nostro fratello e salvatore, e donaci il tuo Spirito, perché invocandoti
con fiducia e perseveranza, come ci hai insegnato, cresciamo nell 'esperienza
del tuo amore.
(Colletta della 27~ Domenica del Tempo ordinario)
Gesù, figlio del Padre, divenuto uomo per mezzo di Maria ha imparato a
pregare con cuore di uomo.
Da chi ha imparato a pregare Gesù-uomo?
Anzitutto da sua madre, che serbava e meditava nel suo
cuore le grandi cose che il Signore operava in lei (cf. Le 1, 49; 2, 19; 2, 51).
E poi dalle parole e dai ritmi della preghiera del suo popolo. Ma la sorgente
principale era il suo cuore, per quell'unione intima che, fin da bambino,
sentiva col Padre.
A 12 anni, smarrito e poi ritrovato nel tempio, Gesù
afferma di "doversi occupare delle cose del Padre suo", dimostrando di avere con
Lui un rapporto profondo e personale (cf. Le 2, 49).
È con Lui che rinasce il modo nuovo di pregare.
Quella preghiera filiale che il Padre attendeva dai suoi
figli viene finalmente espressa dallo stesso Figlio unigenito, nella sua
umanità, con gli uomini e per gli uomini.
GESÙ PREGA
La preghiera accompagna Gesù sempre e ovunque, lungo
tutto il suo cammino terreno.
Si ritira spesso in disparte, specie di notte,
interrompendo talune conversazioni pur ritenute urgenti e importanti.
Prega a lungo, nella solitudine, solo col Padre (cf.
Mc 1, 35; 6, 46; Le 5, 16).
Prega, pubblicamente, prima di compiere azioni salvifiche, nei momenti più decisivi
della sua missione (cf. Le 5, 12; 22, 32; 9, 18-20).
A volte prega a voce alta, sia per chiedere al
Padre determinate cose, sia per ringraziarlo anticipatamente per ciò che sta per
ricevere (cf. Gv 11, 41-42).
Usa spesso brevi parole, ma talvolta prolunga
la sua preghiera, per far comprendere il senso di ciò che sta facendo.
Quando prega, usa spesso espressioni tolte dai Salmi, e che quindi erano
note alle persone che lo ascoltavano.
E prega con un tale trasporto da far pensare non
solo di essere profondamente unito al Padre, ma di essere perennemente con Lui,
in un dialogo che non si interrompe mai.
La preghiera pubblica più lunga e più densa di
significato èquella pronunciata da Gesù nel Cenacolo, nella cena di addio, e che
è considerata come il suo testamento (cf. Gv 17).
GESÙ INSEGNA A PREGARE
Quando Gesù prega, già ci insegna a pregare.
Ma come un perfetto pedagogo, guida i suoi discepoli
nella scoperta e nella pratica della preghiera, partendo dai contenuti
dell'Antico Testamento e giungendo a perfezionarla alla luce della
Rivelazione nuova.
Fin dal "Discorso della Montagna" insiste sulla
conversione del cuore, come premessa per un'autentica preghiera. Essa
consiste in determinati atteggiamenti, prima poco considerati:
-
riconciliati col fratello, prima di presentare la tua offerta (cf. Mt
5, 23-24);
- ama i
nemici e prega per i tuoi persecutori (cf. Mt 5, 44-45);
- prega il
Padre "nel segreto", senza sprecare parole (cf. Mt 6, 6-7);
- perdona
dal profondo del cuore (cf. Mt 6, 14-15); purifica il tuo cuore, nella
ricerca del Regno (cf. Mt 6, 21. 25.33).
«Questa conversione è orientata al Padre: è
filiale».
Il cuore, deciso a convertirsi e in questo atteggiamento
filiale, incomincia a pregare:
- con fede, cioè con adesione filiale a Dio, al di là di
ciò che sentiamo e comprendiamo.
Diventa possibile perché il Figlio ci ha aperto
l'accesso al Padre, e ci permette di "cercare" e di "bussare", perché egli
stesso è la porta e il cammino (cf. Mt 7, 7-11);
- con audacia, nella certezza di ottenere: «tutto è possibile per chi
crede» (Me 9, 23);
- con piena adesione alla volontà divina: «Non chiunque mi dice Signore, Signore,
entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei
cieli» (Mt 7, 21).
E con la determinazione di collaborare al disegno
divino, che si attua con l'apporto di tutti e di ciascuno (cf. Mt 9, 38;
Le 10, 2; Gv4,34);
- in comunione con Gesù, e anzi in suo nome: «Finora non avete chiesto nulla nel mio
nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena» (Gv 16,
24).
E per una preghiera fatta così, il Padre dona "l'altro
Consolatore, lo Spirito di verità", che "rimane con noi" per illuminarci e
sostenerci nella nostra preghiera e nella nostra vita filiale (cf. Gv
14, 16-17).
LE TRE PARABOLE DELLA PREGHIERA
1.
L'amico importuno (cf. Le lì,
5-13), che insegna 1' insistenza con cui dobbiamo pregare. A chi
prega così il Padre assicura di dare "tutto ciò di cui ha bisogno", e
specialmente "il dono dello Spirito Santo".
2. La
vedova importuna, che insegna la
pazienza della fede, anche quando essa sembra inascoltata e inutile
(cf. Le 18, 1-8).
3. Il fariseo e il pubblicano, che insegna l'umiltà del cuore, che spesso porta
l'orante a dire semplicemente: "O Dio, abbi pietà di me" (cf. Le 18,
9-14).
GESÙ CI ASSICURA CHE LA PREGHIERA È SEMPRE ESAUDITA
La parabola dell'amico importuno non ammette dubbi:
«Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà
aperto...
Quale padre tra voi se il figlio gli chiede un pesce,
gli darà al posto del pesce una serpe?
O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?
Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone
ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a
coloro che glielo chiedono» (Le 11, 9-13).
Gesù ci dice sostanzialmente tre cose:
- ogni preghiera, espressa con fede, con fiducia, con
perseveranza, è certamente esaudita.
- Dio, che è Padre infinitamente buono, accoglie
sicuramente la preghiera dei figli: se essi, "che sono cattivi", sono
sensibili alle richieste degli importuni, come non potrà esserlo Lui con i
figli suoi, che Egli ama?
Egli però non sempre accorda ciò che i figli domandano:
perché?
Evidentemente le richieste non sono per il loro vero
bene. È certo comunque che non dà loro le cose che chiedono ma quelle che sono
loro realmente necessarie.
Dice P. Pio: «se Dio ti concede la grazia richiesta,
digli grazie; se non te la concede, digli ugualmente grazie: è tutto un gioco
d'amore!».
COME CONCILIARE PREGHIERA E PROVVIDENZA?
Ora ci chiediamo:
- che senso ha pregare, quando tutto è stato
deciso?
- qual è
il compito della preghiera nello svolgimento di un disegno, che è già stato
previsto dall'eternità?
a che serve pregare quando il Padre "già sa quello di
cui abbiamo bisogno"?
Risposta: la preghiera non è
- un chiedere a Dio di cambiare la sua volontà
nei nostri confronti;
e neppure il mezzo per informare il Padre delle
nostre necessità, perché le conosce già (cf. Mt 6, 8);
- o un
alibi per dispensare dall 'agire, e per assumere un atteggiamento di
passività e di distacco: «sarebbe uno scambiare la fede per superstizione».
È anzi dalla fede che si attinge la forza per compiere
azioni impegnative e costruttive. Come quelle dei Santi!
La preghiera invece è:
- un chiedere al Padre l'aiuto per corrispondere con
amore al suo piano provvidenziale su di
noi: "sia fatta la tua volontà e non la mia" (cf. Me 14, 36);
- un uniformarci intimamente alla volontà divina; con una collaborazione rispettosa verso
la sua decisione di volerci salvare e aiutare anche in dipendenza della
preghiera.
Dio ha voluto far dipendere la realizzazione di
determinate cose dal nostro desiderio e quindi dalla nostra preghiera.
Ed è per questo
che lo Spirito Santo prega' in noi, suggerendoci ciò che è
meglio chiedere per il nostro vero bene.
La preghiera diventa così una risposta alla grazia
divina:
preghiamo perché Dio ci dà la grazia di pregare!
Con essa diventiamo corresponsabili del Progetto del
Padre che ci vuole protagonisti liberi e attivi.
È un progetto:
- che onora Dio, e non lede i suoi diritti;
- che onora noi, che ci adeguiamo liberamente con la
preghiera ai suoi voleri.
LA PREGHIERA DEI FIGLI: IL "PADRE NOSTRO"
«Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e
quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: "Signore, insegnaci a pregare,
come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli". Ed egli disse loro: Quando
pregate, dite:
Padre nostro
che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; sia fatta la
tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e
non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male» (cf. Le 11, 1-4;
Mt 6, 9-13)4
Dice Tertulliano: «l'orazione domenicale è
veramente la sintesi di tutto il Vangelo.
Dopo che
il Signore ebbe trasmesso questa formula di preghiera, aggiunse: "chiedete
e vi sarà dato". Ognuno può dunque innalzare al cielo preghiere secondo i
propri bisogni, però incominciando sempre con la Preghiera del Signore, la
quale resta la preghiera fondamentale».
OSIAMO
DIRE: PADRE
Nella
Messa, prima della Comunione, la Liturgia ci invita alla recita del "Padre
nostro", premettendo una significativa precisazione: "osiamo"!
Osiamo,
perché?
Perché
entrando nel mistero trascendente di Dio, siamo consapevoli
dell'infinita distanza che ci separa da Lui.
Non
avremmo il coraggio di chiamarlo Padre e di avvicinarci confidenzialmente a Lui
se non ci avesse promossi alla dignità di figli e non ci avesse invitati a
entrare nel suo dolce e consolante mistero!
Se
osiamo è perché siamo divenuti figli, e, a pregare con noi, c'è il suo Figlio unigenito, col quale
siamo divenuti una sola cosa!
Se osiamo,
è perché lo Spirito Santo grida in noi: "Abbà, Padre",
sostenendo e illuminando il nostro incontro col Padre!
Solo Gesù
poteva superare la soglia della Santità divina!
Solo Lui,
che, avendo "compiuto la purificazione dei peccati", poteva introdurci davanti
al Volto del Padre e dirgli: "eccoci, ci sono Io e ci sono i figli che tu mi hai
dato".
Il "Padre
nostro" è così "la Preghiera dei figli di Dio"; la preghiera di
coloro che, nel Figlio e col Figlio, hanno un audace, confidenziale, gioioso,
filiale rapporto, sostenuto dalla certezza di essere amati.
IL PADRE NOSTRO: UNA PREGHIERA DA DIRE E DA FARE
Gesù, dandoci il "Padre nostro", ha tracciato la via
della preghiera.
Il "Padre nostro" non e una preghiera "finita", ma uno
schema per pregare.
Più che una preghiera già "confezionata", e una
preghiera da sviluppare.
Più che una preghiera da "dire", è una preghiera da
"fare". Il "Padre nostro" non lo si può solo recitare: bisogna pensarlo,
penetrarlo, assimilarlo, perché è tutto un programma di vita.
Gesù, insegnandocelo, non ci ha messo solo delle parole
sulle labbra, ma ci ha dato dei concetti da sviluppare con le nostre
parole.
Il "Padre nostro" è la preghiera riservata ai
discepoli: "insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai
suoi discepoli".
È il distintivo di appartenenza a Lui.
Per questo la Chiesa lo consegna solennemente al
battezzato. Per questo possiamo dire che è la preghiera del nostro
Battesimo!
È la preghiera dell"'uomo nuovo",
che è rinato, in Cristo, alla vita divina, alla vita eterna.
9.
SONO
TUO PADRE: NON AVERE PAURA!
O Padre, presente nel cuore di ogni uomo, rivèlati a
quanti sono nelle tenebre e nell'ombra di morte, perché nella tua luce
riconoscano l'altissima dignità di tuoi figli, da te eternamente scelti,
chiamati alla grazia e destinati alla gloria.
(19° Colletta per le ferie del Tempo ordinario)
Tutto è
stato detto fin qui per illustrare la mia identità: sono il tuo Creatore e il
tuo Signore, ma soprattutto sono tuo Padre.
Ora ti
dico: avvicinati e chiamami col mio
vero nome; dimmi con amore la parola che attendo: Papà!
Non
avere paura, perché non sono estraneo
alla tua vita, non sono un "padrone" cattivo, non sono vendicativo, non sono un
giudice impietoso e senza cuore: sono semplicemente tuo Padre; e ti amo
con un amore dolce, tenero, attento, misericordioso, forte... anche se
divinamente esigente (cf. Sal 62, 1-10; Sal 16, 11).
Se tu
sapessi fino a che punto ti amo, non avresti paura!
Ti
getteresti perdutamente nelle mie braccia. Vivresti nel fiducioso abbandono
alla mia immensa tenerezza, e non mi lasceresti un momento.
Cercami
nel silenzio e nella preghiera.
Cercami
"nel segreto della tua camera" (cf. Mt 6, 6), nell'intimità del
tuo cuore.
E dopo
aver fatto tacere le voci dispersive dell'orgoglio, della ribellione, dell'
aggressività, degli affanni indebiti, delle evasioni sterili, della
superficialità... concentrati su questa parola: Padre.
Ripeti più
volte, dolcemente: Padre mio, Dio mio!...
E poi apri
la Bibbia e leggi quel che ti dico attraverso Parole scritte tanti secoli
fa, ma che sono vive e attuali: per te, oggi, e qui!
Non avere
paura!
Accostati con fiducia e parlami. Raccontami la tua giornata, esponimi i tuoi progetti, i
tuoi fastidi, le tue difficoltà...
Chi più di tuo Padre può capirti e aiutarti a
risolverli?
Avvicinati con l'anima semplice con cui il tuo bimbo si avvicina a te. È commovente il
suo slancio, perché è sicuro di essere amato dal suo papà!
NON AVERE PAURA DEL PASSATO
Tu pensi: poter tornare indietro!
Il passato ti affligge per due motivi:
- perché
vorresti rivivere una felicità perduta
che non torna più;
- perché
vorresti cancellare tutta una serie di
errori e scelte sbagliate che, al momento, ti danno solo tormento.
Non avere paura del tuo passato, qualunque esso sia!
Anche se ti sei macchiato di colpe gravi, nulla è
irreparabile ai miei occhi, perché sono Bontà e Misericordia infinita!
Io non amo il tuo peccato, ma amo te; e tutta la
mia attenzione non è rivolta a calcolare l'entità del peccato, ma a suscitare in
te un salutare ravvedimento.
Mi bastano due cose: l'umile accettazione e il
Sacramento della Confessione... Dopo di che, stanne certo, tutto ritorna come prima.
Io dimentico sul serio, ti rinnovo la mia piena fiducia,
ti faccio completamente nuovo (cf. Ez 11, 19-20).
Non avere paura, perché «il mio cuore si commuove dentro
di me, il mio intimo freme di compassione» (Os 11, 8).
Nel perdonare e nel dimenticare io ripongo il sommo trionfo del mio amore,' perché il
mio Figlio "non è venuto per cercare e salvare i giusti, ma i peccatori"
(cf. Le 5, 32). Che cosa vuoi di più?
NON AVERE
PAURA DEL FUTURO
So benissimo che la tua fantasia è tutta protesa
verso il futuro... e che non ti dà pace!
Quanta
paura, quante angosce!
Invece di
vivere in serenità il momento presente, non fai che tormentarti per ciò
che sarà domani.
E tutto
diventa un problema: la salute, la casa, il lavoro, la vecchiaia, i figli,
i parenti, la politica...
Rifletti: ma
perché vuoi fasciarti la testa prima ancora che si sia rotta?
Come fai a
sapere quello che sarà domani, quando ogni evento sarà determinato da fattori
oggi imprevedibili e inconoscibili? Non perdere tempo cercando di
inoltrarti nel labirinto delle varie combinazioni possibili: il futuro è nelle
mie mani.
Tu pensa all'oggi.
Vivi con
impegno e pace ogni ora, come fosse la prima, come fosse l'unica, come fosse
l'ultima.
Per
l'affanno di oggi ti sono vicino con
una Provvidenza adatta e proporzionata al bisogno.
Per
l'affanno di domani ti sarò vicino con
una Provvidenza ugualmente adatta e proporzionata al bisogno.
Il Vangelo ti garantisce questa mia presenza
provvidenziale e ti invita a confidare soprattutto in me, che sono tuo Padre
(cf. Lc 12, 22-34).
E ti
assicura che nulla ti potrà mancare se saprai cercare, prima di ogni cosa, "le
cose mie" e l'attuazione della mia volontà (cf. Lc 12, 31).
NON AVERE PAURA NELL'ORA DELLA PROVA
Chiamami Padre soprattutto nell'ora del dolore,
nel quale non hai che due vie da percorrere:
- una in discesa, che porta alla disperazione e
al rifiuto;
- una in salita, che faticosamente ti conduce a me.
Nulla è più importante, nulla è più prezioso nella tua
vita della sofferenza accettata con umiltà, sopportata con pazienza, offerta con
amore.
Io ti sono vicino specialmente in questo duro momento, ma tu forse non lo
sai ancora.
Ricorda che nella tua vita nulla avviene per
caso: tutto è da me personalmente voluto o permesso, e
solo per il tuo bene (cf. Rm 8, 28).
Non sono quindi estraneo al tuo dolore, che è da me previsto e sapientemente sostenuto da una
Provvidenza adatta al momento.
Poi, sèntiti personalmente invitato a questa o a quella prova, dal mio Figlio Gesù. È
Lui che, staccando la mano insanguinata, sceglie un pezzetto della
sua croce, e te lo porge, dicendo:
"non temere, te lo offro io! Ho bisogno del tuo apporto
per completare il mio sacrificio" (cf. Coli, 24-25). "Ho scelto la
croce adatta per te e ti aiuterò a portarla. Tutto ti sarà più facile
se starai con me!".
Chi soffre con me vince sempre. Chi soffre senza di me è solo da compiangere.
Quando sei nella prova, non dire più: "come mai, come mai?", ma piuttosto
"Padre, tu lo sai!". E ne avrai tanta pace!
NON AVERE PAURA DELLA MORTE
Chiamami Padre soprattutto quando pensi alla morte, e
hai l'impressione che essa si stia avvicinando.
Non pensare al come essa verrà e a ciò che ti
attende oltre i confini della vita.
Tutto sarà
più semplice e bello di quanto tu possa pensare!
In quel momento importante ti sarò vicino come non
mai: ti accoglierò con l'amore di un Padre che attende da lungo tempo il
figlio e per il quale ha già preparato la casa (cf. Gv 14, 2). Allora
capirai che ti ho amato con un'intensità di amore che ora non sei in grado
di immaginare.
Allora
capirai perché e a chi saranno servite
le tue sofferenze, le tue battaglie, le tue conquiste, la tua complessa
vita.
E
allora mi ringrazierai per averti condotto, fra rischi e pericoli,
all'ambito premio promesso ai figli.
Pensa al nostro incontro nella luce!
Per questo
incontro sei stato creato, hai lavorato, hai sofferto. Verrà il giorno nel quale
ti accoglierò, per un abbraccio di gioia, di festa e di amore che non avrà
fine.
Pensaci
con serenità, e offrimi in anticipo l'accettazione della tua morte,
unendola fin d'ora a quella del mio Figlio Gesù.
Preparati
- con
fede, accettando senza la pretesa di prevedere il dopo;
- con
fiducia, credendo che tutto sarà più semplice di ciò che pensi;
- con
amore, pregustando nella pace i doni che ti darò!
Non avere paura!
Con la mia
Provvidenza ti ho aiutato e ti aiuto a ben vivere.
Con uguale
Provvidenza, ti assisterò e ti aiuterò a ben morire.
Se non
facessi questo, che Padre sarei?
10.
SONO
TUO PADRE: ABBANDÒNATI A ME!
O Padre, tu sei l'unico Signore, e non c'è altro Dio all
'infuori di te: donaci la grazia dell 'abbandono totale e del docile ascolto
alla tua parola, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano al Vangelo del tuo
Figlio, unico nostro Salvatore.
(Colletta della 31 a Domenica del Tempo ordinario)
HO UN
PROGETTO PER TE
Credilo:
nonostante che tu sia un piccolo granello di sabbia disperso nel grande
universo, sei oggetto del mio amore personale. Ti conosco e ti chiamo per nome (cf. ] Sam 3,
1-18; Is 48, 1.5; Ger 1,4-10; Mc 1, 16-10; Lc 5,
27).
Ti amo
come se al mondo non ci fossi che tu solo.
Come il
piccolo fiore del campo ha tutto il sole per sé, così tu hai tutto e indiviso il
mio amore infinito.
Se esisti, è perché ti ho pensato, ti ho voluto, ti
ho realizzato e conservato con amore e per amore.
Ho un
progetto su dite, e, per questo, non
sei venuto al mondo per caso.
È un
progetto che si inquadra nel grande progetto del mondo, e nel quale tu
hai una parte ben definita che è tua e soltanto tua (cf. Rm 12, 3-8; 1
Cor 12, 13-14).
Sei come
il piccolo tassello del grande mosaico di cui scopri l'importanza solo se
malauguratamente viene a cadere.
Il
progetto ha un solo scopo: la salvezza
e la felicità tua e dell'intero universo (cf. Rm 8, 14-30;
Gal 3, 6-7.15-18; 4, 1-7; 5, 16). Io conosco
l'intero progetto e conosco anche il tuo, e ho predisposto ogni cosa per la
sua realizzazione.
A te non chiedo di sapere e di giudicare: chiedo solo dì collaborare, in uno
spirito di fiducia e di amore.
Non avere paura!
Sii anzi felice di essere
una pietra insostituibile e preziosa per la costruzione di una grande
"cattedrale".
ACCÈTTATI
PER QUELLO CHE SEI
Dunque sei una realtà unica, distinta,
irripetibile.
Non
esisterà più nel mondo una persona come la tua, e nessuno ti potrà sostituire
nella realizzazione del tuo personale progetto. Ti ho voluto così,
esattamente come sei!
A volerti così, sono stato io, e per motivi che
conosco soltanto io!
Non
invidiare nessuno: tu sei quello che
sei e la tua persona corrisponde a quel progetto che ho predisposto per te.
Accetta con gioia la tua persona, il tuo corpo, il tuo carattere, la tua sensibilità...
tutto ciò che è positivo in te.
E accetta
serenamente anche ciò che, ovviamente, positivo non è.
La tua realtà è meravigliosa: "ti ho fatto come un prodigio"
(cf SaI
139, 14); e sarai il mio vero capolavoro se accetterai di collaborare con
me.
Devi
lavorare sul materiale che sei tu, e che ti ritrovi non per scelta, ma
per mia volontà.
Non
perdere tempo a cercare altro materiale, altri modelli, altre
strade.
Realizzati con ciò che già sei e per le vie che ti sto indicando.
Non avere paura di te stesso!
Forse non
hai ancora compreso il potenziale che racchiudi e che non lasci esplodere perché
sei complessato e trattenuto da mille timori.
Fa'
leva sul positivo e dimentica il
negativo.
Vivi nella
persuasione di essere una realtà interessante e insostituibile di cui io,
tuo Padre, continuo a essere innamorato.
ABBANDÒNATI A ME
Voglio
fare di te la mia immagine vivente, modellata sulla Persona più amata e
perfetta: il mio Figlio Gesù.
Non intralciare un così prezioso disegno: lasciami fare,
lasciami piena libertà, perché sono
come lo scultore che deve modellare una statua artistica da un blocco di marmo
informe.
Lasciami fare, lasciati fare.
Lascia
decidere a me, lascia che scelga gli strumenti più opportuni per costruirti
e per realizzarti secondo il progetto preparato per te.
Tu
abbandònati
- ciecamente,
- serenamente,
- incondizionatamente.
Fai come
quel bimbo nelle mani dell'acrobata sul cornicione del grattacielo: non si pone
problemi, perché ai problemi pensa papà.
Torna bambino anche tu!
L'
"infanzia spirituale" è quella indicata da Gesù come la via più completa e più
sicura (cf. Lc 18, 17).
È
l'atteggiamento del bimbo che rinuncia a discutere, e giunge direttamente al
Padre per la via diretta del cuore.
In ogni
circostanza, specie se dolorosa, sappi raccogliere tutte le tue forze e
gridarmi, anche se con fatica: l'hai detto tu, l'hai deciso tu, l'hai permesso
tu... e questo mi basta! Impara a dire con S. Francesca Cabrini: «Ti
ringrazio, o Dio, perché le cose non vanno come voglio io!».
È l'atteggiamento dell'abbandono pieno e
incondizionato.
Non ti dà
le spiegazioni che vorresti, ma ti dà l'assoluta garanzia che nel mio
abbraccio c'è tutta la forza di cui hai bisogno!
SONO UN
PADRE-AMICO
Si può
essere padre senza essere amico, ed essere amico senza essere padre.
Io sono e voglio essere per te un Padre-amico.
Voglio essere il tuo confidente: voglio confidarmi con te e voglio che tu ti confidi con
me... Voglio uno scambio sincero e profondo perché nessuno mi può superare nella
lealtà e nella fedeltà (cf. Rm 9, 6).
È bello
avere amici e amiche; è anzi indispensabile!
Non
puoi isolarti e "chiudere con tutti" perché hai avuto quel torto e quella
delusione. La prima condizione per mantenere l'amicizia è la consapevolezza
che, fra amici, tutto è relativo e perché tutti sono limitati, egoisti,
imperfetti... e quindi deludenti. E allora?
E allora... eccomi! Mi propongo come l'Amico perfetto
in assoluto (cf. Gv 15, 15).
Gli altri ti deludono? Io non ti deludo!
Ti tradiscono? Io non ti tradisco!
Ti abbandonano? Io non ti abbandono!
Si stancano? Io non mi stanco!
Sono e resto un Padre-Amico, e ti assicuro che ti sarò vicino e ti rincorrerò
quando tenderai ad abbandonarmi e a fuggire da me. Vivi di me: nutriti
dei miei pensieri e della mia volontà. Vivi con me: chiedimi pareri,
consigli, aiuto e vedrai quanta importanza io attribuisca al fatto che mi tratti
da amico.
Vivi
per me: dai valore a ogni ora,
riempendola di me. Tutto è sottratto alla banalità e alla inconsistenza quando
si vive con e per un Amico quale sono io!
CONDIVIDIAMO GLI AMICI
Ti
sembrerà strano questo mio modo di presentarti i miei primi e veri amici, gli
"amici del cuore", ma essi formano un tutt'uno con me e, pur nella distinzione,
formiamo insieme la più esaltante "Comunità".
Siamo originariamente in tre: Padre, Figlio e Spirito
Santo. Inoltre, da due millenni, un ruolo speciale lo ha assunto una donna: Maria di
Nazaret.
1. Gesù è Dio come me e uomo come te.
Vive col
suo corpo glorioso con me nel Paradiso.
Si fa
presente nella Messa e continua la sua
presenza nel Tabernacolo.
Qui ti attende per una visita "di calore", per un
dialogo personale, per un colloquio confidenziale.
Dal
Tabernacolo ti fissa con i suoi occhi
meravigliosi e con intensa amicizia pronuncia il tuo nome: chi più di Lui può
comprenderti?
Ricorda
che io vengo a te per mezzo di Lui, e tu vieni a me attraverso di
Lui... e nello Spirito Santo.
2. Lo Spirito Santo: è Dio come me e come Gesù. È l'Amore fatto Persona; è il datore di
ogni dono; è il Dono per eccellenza.
È con me e
con Gesù l'ospite dolce del tuo cuore e "la vita della tua vita".
3.
Maria di Nazaret non è una dea, ma una
donna elevata alla dignità di Madre della natura umana di Gesù.
Nel suo
cuore materno "batte il mio cuore" e, attraverso questo cuore, giunge a te tutto
il calore del mio cuore di Padre.
In lei ti
amo con amore umano! Ti amo con amore di mamma!
RECITA SPESSO LA "PREGHIERA DELL'ABBANDONO"
Ti
propongo una preghiera a me particolarmente gradita. Recitala spesso e ne avrai
una grande pace e una grande forza.
"Padre mio, mi abbandono a Te. Fa' di me quello che ti
piace. Sono pronto a tutto, accetto tutto, perché la tua volontà si compia in
me, e in tutte le creature.
Non desidero niente altro, mio Dio. Rimetto la mia anima
nelle tue mani, te la dono, mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore, perché ti
amo.
Ed è per me un'esigenza d'amore il donarmi, il
rimettermi nelle tue mani senza misura con una confidenza infinita, poiché tu
sei il Padre mio".'
11.
La parola che risuona nella tua Chiesa, o Padre, come
fonte di saggezza e norma di vita, ci aiuti a comprendere e ad amare i nostri
fratelli, perché non diventiamo giudici presuntuosi e cattivi, ma operatori di
bontà e di pace.
(Colletta della 8° Domenica del
Tempo ordinario)
SEI CREATO PER AMARMI
Ti ho
creato perché ti amo; ti ho quindi creato per amore.
E,
ovviamente, ti ho dato come legge l'amore.
Sei in questo mondo con un solo scopo: quello di
amare.
Amare
chi?
- il
Signore, tuo Dio e Padre,
- te
stesso,
- il tuo
prossimo.
A me il primato assoluto.
Al dottore
della legge che lo ha interpellato, Gesù dice: "amerai il Signore Dio tuo
con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la
mente... e il prossimo tuo come te stesso" (cf. Mt 22, 37-39).
E a chi
gli domanda il modo "per entrare nella vita eterna": "ama il Signore, Dio tuo, e
il prossimo come te stesso" (cf. Lc 10, 25-28). Non ci sono dubbi:
creandoti per amore, non potevo assegnarti che un solo scopo degno della tua
nobile natura: me stesso!
L'unica cosa importante e seria per te è quella "di conoscermi, di amarmi,
di servirmi in questa vita per godermi nell' altra in Paradiso".' "Mi devi amare
in ogni cosa e sopra ogni cosa".2 E se così stanno le cose, non hai
che due alternative:
- o ti apri
liberamente a me col dono dell'amore,
- o snaturi
la tua esistenza, rendendola inquieta e vuota.
Se sei
costruito per accogliere l'Amore assoluto, non puoi appagarti di sole
realtà terrene, anche se buone e valide. Sei pienamente libero; ma non lasciarti
ingannare da facili illusioni. Ti ho creato per me, tutto per me,
soprattutto per me!
PER AMARE
ME, DEVI AMARE I FRATELLI
Per amare me hai due vie diverse e
complementari.
La
prima consiste nel creare un rapporto
diretto attraverso le forme di comunicazione proprie delle persone umane.
Mi ami
pregandomi, parlandomi, invocandomi, offrendomi le tue gioie e le tue
sofferenze, adeguandoti con fede alla mia volontà...
La
seconda consiste nel riconoscermi
presente nella persona dei fratelli e amarmi in essi.
Se Gesù ha
detto: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei
fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25, 40; cf. Rm 13,
8-10), ciò significa che ogni fratello, chiunque esso sia, è la mia
immagine terrena, l'involucro dentro al quale io mi nascondo, il segno più
evidente e parlante della mia presenza. Io e il fratello siamo due termini che
si richiamano e si completano.
E per questo motivo, arrivi a me, attraverso il
fratello, servi me, servendo il fratello, ami me, amando il fratello.
E reciprocamente:
se vuoi aprirti a me, devi aprirti al fratello, se vuoi
incontrare me, devi incontrare il fratello, se vuoi camminare con me, devi
camminare col fratello.
La celebre
espressione di Tertulliano: "hai visto il fratello: hai visto Dio!" richiama
efficacemente il comandamento evangelico che può essere espresso così:
"amerai il Signore Dio tuo amando il tuo prossimo".
TU E GLI
ALTRI
Quali sono i fratelli da amare?
Semplicissimo: tutti!
Fratello
da amare è quello che io, nella mia Provvidenza, di attimo in attimo, ti
metto accanto, cioè ti faccio prossimo. Mettendotelo accanto, non ti chiedo di
farlo oggetto di giudizi, di lodi o di condanne, ma solo di amarlo,
ricordando che qualunque sia la persona che tu incontri è dono mio, è
mio rappresentante, è ponte di collegamento fra me e te (cf. Mt 7,
1-6; cf. Col 3, 12-15).
Ogni fratello ha un titolo divino al tuo amore,
perché è mio figlio.
Per lui
rispondo io, perché mi appartiene.
Non ti
illudere di potermi amare senza di lui; ma anche di poterlo amare
senza di me, perché non puoi accogliere lui come fratello, se non
accogli me come padre!
Ti ho
creato come realtà unica e distinta, ma ti ho collocato in una comunità di
fratelli:
- come
uomo, appartieni alla comunità civile;
- come
figlio di Dio, cioè cristiano, fai
parte di un Corpo visibile che è la Chiesa, e di un Corpo invisibile che è
il Corpo Mistico di Gesù (cf.] Cor 12, 12-27).
Non
puoi isolarti! Non puoi credere di
bastare a te stesso e di non aver bisogno di confrontarti e di integrarti col
tuo prossimo.
Non avere paura degli altri!
Vinci le
tue timidezze e le tue riserve e sappi far tuo l'inestimabile patrimonio
delle loro ricchezze!
IO PERDONO: PERDONA ANCHE TU!
Io sono buono, l'unico buono, il buono in assoluto (cf.
Lc 18, 19). Ed è per questo che io perdono:
-
sempre,
-
tutti,
-
tutto,
a una sola condizione: che tu riconosca i tuoi errori, e,
avvicinandoti al Sacramento della Confessione, decida di cambiare.
Il mio perdono è sicuro: ne è garanzia l'assoluzione che, nel
Sacramento, rimuove, in mio nome, ogni peccato (cf. Gv 20, 22-23).
Mio Figlio, col suo sacrificio, ha pagato per tutti: in
Lui avete «la redenzione, la remissione dei peccati» (Col 1, 14; cf.
Ef 1, 7). E durante la sua vita terrena ha offerto il suo perdono con
tale comprensione da suscitare stupore e perplessità (cf. Mt 9, 4).
Tu, come Lui, sei invitato a riconciliarti con me e
con i fratelli; e a perdonare, come io ho perdonato e
perdono a te.
Devi perdonare non sette volte, ma "settanta volte
sette" (cf. Mt 18, 22).
Devi perdonare come condizione indispensabile per avere il mio perdono (cf. Mt
6, 14).
So bene quanto sia difficile perdonare!
È così innaturale che non riuscirai a perdonare:
- senza
guardare all'esempio di Gesù, che è
morto perdonando (cf. Lc 23, 34); e soprattutto,
- senza una particolare grazia che ti viene
attraverso la preghiera e i Sacramenti (Confessione e Comunione) (cf. Gv
15, 1-12).
Una vera riconciliazione incomincia sempre da un gesto
di umiltà e di perdono.
VIVI IN PACE, DIFFONDI LA PACE
1. Vivi in pace: in te stesso,
con te stesso.
È la tua
suprema aspirazione, ma quanta fatica per raggiungerla!
Richiede:
- equilibrio
fisico e psichico,
- ordine
interiore,
- rispetto della gerarchia dei valori,
- volontà di amare
tutti e di perdonare sempre,
- riconoscimento del valore altrui,
- accettazione
serena del proprio posto e della propria persona,
- rinuncia a ogni
forma di invidia, di rivalità e di critica,
- adesione serena
alla volontà del Padre, nella fede e con ottimismo.
La pace è conquista, ma soprattutto, dono:
è il dono del mio Figlio risorto! E il dono di Gesù nello Spirito
Santo! (cf. Gv 14, 1; 20, 19.26).
2. Diffondi la pace: in ogni ambiente e con tutti
i mezzi possibili. La pace esterna non dipende solo da te; ma tu impegnati per
la tua parte e con tutte le tue forze.
Esercitati nella pratica delle quattro virtù che sono
il fondamento di una pace autentica e duratura:
- la verità: nel parlare, nel giudicare, nel riferire;
- la libertà: nell'agire tuo e nel rispetto dell'agire altrui;
- la giustizia: nel dare a ciascuno ciò che gli spetta;
- l'amore: quel
tocco di bontà e di cortesia che rende più ricco ogni rapporto e gradito ogni
servizio.
Madre
Teresa di Calcutta ha detto: «Grazie, Signore, perché ci hai dato l'amore che è
capace di cambiare la sostanza delle cose». La pace è l'impegno e il distintivo
dell"'uomo nuovo" che sa di avere un Padre da amare e tanti fratelli da
accogliere nel suo nome.
Appendice
IL "GRANDE GIUBILEO"
Oggi non abbiamo più neppure il tempo per guardarci, per
parlarci. Per questo, siamo affamati d'amore.
MADRE TERESA DI CALCUTTA
ANNO 1999: L'ANNO DEL "PADRE CHE È NEI CIELI"
Il Papa Giovanni Paolo Il, nella Lettera apostolica
Tertio millennio adveniente, scrive:' «Il 1999... avrà la funzione
di dilatare gli orizzonti del credente secondo la prospettiva stessa di
Cristo: la prospettiva del "Padre che è nei cieli"» (cf. Mt
5, 45), dal quale è mandato e al quale è ritornato.
Tutta la vita cristiana è come un grande
pellegrinaggio verso la casa del Padre, di cui si scopre ogni giorno l'amore
incondizionato per ogni creatura umana, e in particolare per "il figlio
perduto" (cf. Lc 15, 11-32).
Tale pellegrinaggio coinvolge l'intimo della persona,
allargandosi poi alla comunità credente per raggiungere l'intera
umanità.
Il Giubileo, centrato sulla figura di Cristo, diventa
così un grande inno di lode al Padre...
In questo terzo anno il senso del "cammino verso il
Padre, dovrà spingere tutti a intraprendere, nell'adesione a Cristo Redentore
dell'uomo, un cammino di autentica conversione".
È questo il contesto adatto per la riscoperta e la
intensa celebrazione del Sacramento della Penitenza.
Mettendo in risalto la virtù teologale della Carità,
ricordando che Dio è Amore, si dovrà giungere all'amore per Dio e per i
fratelli.
Si dovrà affrontare la vasta tematica della crisi di civiltà,
soprattutto nell' Occidente tecnologicamente più sviluppato, ma
interiormente impoverito dalla dimenticanza o dall'emarginazione di
Dio.
Alla crisi di civiltà occorrerà rispondere con
la civiltà dell'amore, fondata sui valori universali di pace, solidarietà,
giustizia e libertà, che trovano in Cristo la loro piena attuazione.
Maria, figlia prescelta dal Padre, sarà presente allo
sguardo dei credenti, come esempio perfetto di amore.
E perché possiamo fare ritorno alla casa del Padre,
ascoltiamo la sua voce materna: «fate quello che (Cristo) vi dirà» (Gv 2,
5).
ANNO 2000: L'ANNO DEL
GRANDE GIUBILEO
Le riflessioni sulle tre divine Persone, e in
particolare sul Padre, sono rivolte dunque a celebrare degnamente il Giubileo,
che è la festa del compleanno di Gesù, una data questa eccezionalmente
importante perché coincide con la fine e l'inizio di due millenni.
L'anno sarà scandito da un succedersi di manifestazioni
varie e solenni, già programmate e attese da tutto il mondo.
Ma tutto dovrà convergere al raggiungimento dei
traguardi proposti dal Papa alla cristianità e al mondo intero.
I TRAGUARDI DEL GIUBILEO
Il Giubileo, secondo il pensiero del Papa, dovrà
essere:
1. "Un grande atto di lode al Padre", secondo quanto dice l'Apostolo Paolo: «Benedetto sia
Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni
benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della
creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella
carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù
Cristo» (Ef 1, 3-5).
Al Padre si deve il ringraziamento e la lode perché Egli: è l'origine e la fonte di
tutto ciò che esiste, dentro e fuori la vita trinitaria; e perché ci ha amati
dall'eternità. Essere cristiani «non è solo amare, ma prima di tutto
scoprire di essere amati».
2. L'avvio di un cammino di autentica conversione, a
livello
personale
e sociale, reagendo a due tristi primati:
- il primato
del fare sul contemplare;
- il primato della tecnica sull'etica, per cui si
afferma che
quanto è tecnicamente possibile è anche moralmente
lecito. Convertirsi è riprendere la strada che ogni uomo deve percorrere
per potersi riconoscere come uomo.
La strada
è una sola, e si chiama Cristo, che ha detto di sé: «Io sono la via, la
verità e la vita» (Gv 14, 6).
3. La riscoperta del Sacramento della Penitenza.
Il Padre
che "ci ha riconciliati in Cristo" (cf. 2 Cor 5, 18.20), ha affidato alla
Chiesa il compito di annunciare e di attuare la riconciliazione,
attraverso il Sacramento della Penitenza o Confessione.
Occorre riscoprire la Confessione:
- come ringraziamento al Padre, che nella sua infinita
misericordia, non conosce limiti nel dispensare il perdono (Confessio
laudis);
- come revisione di vita, nel riconoscimento dei propri peccati (Confessio
vitae);
- come
certezza che Dio ci accoglie e ci
risana (Confessiofidei).
Il
Giubileo deve divenire così l'atteso momento di una grande riconciliazione, e
di un sincero abbraccio col Padre comune per una universale festa del
perdono.
4. Il rilancio della civiltà dell'amore, attraverso l'esercizio della virtù
teologale della carità.
Il Padre comune, riscoperto e celebrato nell' anno del
Giubileo, invita gli uomini di buona volontà a un impegno di amore e di
solidarietà, imitando l'esempio del buon Samaritano del Vangelo.
Occorre realizzare una civiltà fondata sui valori
universali di pace, di solidarietà, di giustizia e di libertà, che trovano in
Cristo la loro piena attuazione.
Maria, "la
figlia prediletta del Padre" e la madre del Salvatore, sarà presente
all'evento giubilare col suo vigile amore di mamma.
Sarà guida ed esempio per tutti coloro che vorranno mettersi in ascolto del Padre, che, con infinito amore, dolcemente continua a ripeterci l'irresistibile invito:
VIENI!