L'Imitazione di Cristo
Libro I di IV

Questo piccolo libro ha costituito per secoli un preciso punto di riferimento per la spiritualità cristiana, tanto che si può considerare "il libro più letto dopo il Vangelo, meditato nei monasteri, letto nella vita religiosa e sacerdotale, tenuto come manuale di formazione cristiana robusta per tante generazioni di laici, di cristiani nel mondo". L'Imitazione di Cristo, il cui autore resta sconosciuto, benché possa essere collocato in ambiente monastico attorno ai secoli XIII-XIV, costituisce un semplice e concreto tracciato di vita ascetica. La tensione spirituale che lo anima, ne fa un testo fondamentale nel tracciare una via alla ricerca di Dio, all'abbandono dell'"uomo vecchio" per costruire l'"uomo nuovo", per radicare interiormente una profonda spiritualità personale.

Indice dei capitoli
Capitolo
I -
L'imitazione
di Cristo e il disprezzo di tutte le vanità del mondo
Capitolo
II -
L'umile
coscienza di sé
Capitolo
III -
L'ammaestramento
della verità
Capitolo IV -La ponderatezza nell'agire
Capitolo
V - La
lettura dei libri di devozione
Capitolo
VI - Gli
sregolati moti dell'anima
Capitolo
VII - Guardarsi
dalle vane speranze e fuggire la superbia
Capitolo VIII - Evitare l'eccessiva familiarità
Capitolo IX - Obbedienza e sottomissione
Capitolo
X
- Astenersi dai discorsi inutili
Capitolo XI
- La conquista della pace interiore e l'amore del
progresso spirituale
Capitolo XII
-
I vantaggi delle avversità
Capitolo XIII - Resistere alle tentazioni
Capitolo XIV
- Evitare i giudizi temerari
Capitolo XV
- Le opere fatte per amore
Capitolo XVI
- Sopportare i difetti degli altri
Capitolo XVII
- La vita nei monasteri
Capitolo XVIII - Gli esempi dei grandi padri
Capitolo XIX
- Come si
deve addestrare colui che si è dato a Dio
Capitolo XX
- L'amore della solitudine e del silenzio
Capitolo XXI - La compunzione del cuore
Capitolo XXII
- La meditazione della miseria umana
Capitolo XXIII - La meditazione della morte
Capitolo XXIV
- Il giudizio divino e la punizione dei peccatori
Capitolo XXV - Correggere fervorosamente tutta la nostra vita

Libro
I
INCOMINCIANO LE ESORTAZIONI UTILI PER LA VITA DELLO SPIRITO
Capitolo
I
L'IMITAZIONE DI CRISTO E IL DISPREZZO DI TUTTE LE VANITA' DEL MONDO
2.
Vanità è dunque ricercare le ricchezze, destinate a
finire, e porre in esse le nostre speranze. Vanità è pure
ambire agli onori e montare in alta condizione. Vanità è
seguire desideri carnali e aspirare a cose, per le quali si
debba poi essere gravemente puniti. Vanità è aspirare a
vivere a lungo, e darsi poco pensiero di vivere bene. Vanità
è occuparsi soltanto della vita presente e non guardare fin
d'ora al futuro. Vanità è amare ciò che passa con tutta
rapidità e non affrettarsi là, dove dura eterna gioia.
Ricordati spesso di quel proverbio: "Non si sazia
l'occhio di guardare, né mai l'orecchio è sazio di
udire" (Qo 1,8). Fa', dunque, che il tuo cuore sia
distolto dall'amore delle cose visibili di quaggiù e che tu
sia portato verso le cose di lassù, che non vediamo. Giacché
chi va dietro ai propri sensi macchia la propria coscienza e
perde la grazia di Dio.
Capitolo
L'UMILE
COSCIENZA DI SE'
2.
Non volerti gonfiare, dunque, per alcuna arte o
scienza, che tu possegga, ma piuttosto abbi timore del sapere
che ti è dato. Anche se ti pare di sapere molte cose; anche
se hai buona intelligenza, ricordati che sono molte di più le
cose che non sai. Non voler apparire profondo (Rm
11,20;12,16); manifesta piuttosto la tua ignoranza. Perché
vuoi porti avanti ad altri, mentre se ne trovano molti più
dotti di te, e più esperti nei testi sacri? Se vuoi imparare
e conoscere qualcosa, in modo spiritualmente utile, cerca di
essere ignorato e di essere considerato un nulla. E' questo
l'insegnamento più profondo e più utile, conoscersi
veramente e disprezzarsi. Non tenere se stessi in alcun conto
e avere sempre buona e alta considerazione degli altri; in
questo sta grande sapienza e perfezione.
Capitolo
I
L'AMMAESTRAMENTO
DELLA VERITA'
1.
Felice colui che viene ammaestrato direttamente dalla
verità, così come essa è, e non per mezzo di immagini o di
parole umane; ché la nostra intelligenza e la nostra
sensibilità spesso ci ingannano, e sono di corta veduta. A
chi giova un'ampia e sottile discussione intorno a cose oscure
e nascoste all'uomo; cose per le quali, anche se le avremo
ignorate, non saremo tenuti responsabili, nel giudizio finale?
Grande nostra stoltezza: trascurando ciò che ci è utile,
anzi necessario, ci dedichiamo a cose che attirano la nostra
curiosità e possono essere causa della nostra dannazione.
"Abbiamo occhi e non vediamo" (Ger 5,21). Che
c'importa del problema dei generi e delle specie? Colui che
ascolta la parola eterna si libera dalle molteplici nostre
discussioni. Da quella sola parola discendono tutte le cose e
tutte le cose proclamano quella sola parola; essa è "il
principio" che continuo a parlare agli uomini (Gv 8,25).
Nessuno capisce, nessuno giudica rettamente senza quella
parola. Soltanto chi sente tutte le cose come una cosa sola, e
le porta verso l'unità e le vede tutte nell'unità, può
avere tranquillità interiore e abitare in Dio nella pace. O
Dio, tu che sei la verità stessa, fa' che io sia una cosa
sola con te, in un amore senza fine. Spesso mi stanco di
leggere molte cose, o di ascoltarle: quello che io voglio e
desidero sta tutto in te. Tacciano tutti i maestri, tacciano
tutte le creature, dinanzi a te: tu solo parlami.
2.
Quanto più uno si sarà fatto interiormente saldo e
semplice, tanto più agevolmente capirà molte cose, e
difficili, perché dall'alto egli riceverà lume
dell'intelletto. Uno spirito puro, saldo e semplice non si
perde anche se si adopera in molteplici faccende, perché
tutto egli fa a onore di Dio, sforzandosi di astenersi da ogni
ricerca di sé. Che cosa ti lega e ti danneggia di più dei
tuoi desideri non mortificati? L'uomo retto e devoto prepara
prima, interiormente, le opere esterne che deve compiere. Così
non saranno queste ad indurlo a desideri volti al male; ma sarà
lui invece che piegherà le sue opere alla scelta fatta dalla
retta ragione. Nessuno sostiene una lotta più dura di colui
che cerca di vincere se stesso. Questo appunto dovrebbe essere
il nostro impegno: vincere noi stessi, farci ogni giorno
superiori a noi stessi e avanzare un poco nel bene.
3.
In questa vita ogni nostra opera, per quanto buona, è
commista a qualche imperfezione; ogni nostro ragionamento, per
quanto profondo, presenta qualche oscurità. Perciò la
constatazione della tua bassezza costituisce una strada che
conduce a Dio più sicuramente che una dotta ricerca
filosofica. Non già che sia una colpa lo studio, e meno
ancora la semplice conoscenza delle cose - la quale è, in se
stessa, un ben ed è voluta da Dio -; ma è sempre cosa
migliore una buona conoscenza di sé e una vita virtuosa.
Infatti molti vanno spesso fuori della buona strada e non
danno frutto alcuno, o scarso frutto, di bene, proprio perché
si preoccupano più della loro scienza che della santità
della loro vita. Che se la gente mettesse tanta attenzione
nell'estirpare i vizi e nel coltivare le virtù, quanta ne
mette nel sollevare sottili questioni filosofiche non ci
sarebbero tanti mali e tanti scandali tra la gente; e nei
conviventi non ci sarebbe tanta dissipazione. Per certo,
quando sarà giunto il giorno del giudizio, non ci verrà
chiesto che cosa abbiamo studiato, ma piuttosto che cosa
abbiamo fatto; né ci verrà chiesto se abbiamo saputo parlare
bene, ma piuttosto se abbiamo saputo vivere devotamente.
Dimmi: dove si trovano ora tutti quei capiscuola e quei
maestri, a te ben noti mentre erano in vita, che brillavano
per i loro studi? Le brillanti loro posizioni sono ora tenute
da altri; e non è detto che questi neppure si ricordino di
loro. Quando erano vivi sembravano essere un gran che; ma ora
di essi non si fa parola. Oh, quanto rapidamente passa la
gloria di questo mondo! E voglia il cielo che la loro vita sia
stata all'altezza del loro sapere; in questo caso non
avrebbero studiato e insegnato invano. Quanti uomini si
preoccupano ben poco di servire Iddio, e si perdono a causa di
un vano sapere ricercato nel mondo. Essi scelgono per sé la
via della grandezza, piuttosto di quella dell'umiltà; perciò
si disperde la loro mente (Rm 1,21). Grande è, in verità,
colui che ha grande amore; colui che si ritiene piccolo e non
tiene in alcun conto anche gli onori più alti. Prudente è,
in verità, colui che considera sterco ogni cosa terrena, al
fine di guadagnarsi Cristo (Fil 3,8). Dotto, nel giusto senso
della parola, è, in verità, colui che fa la volontà di Dio,
buttando in un canto la propria volontà.
Capitolo
LA
PONDERATEZZA NELL'AGIRE
Non
dobbiamo credere a tutto ciò che sentiamo dire; non dobbiamo
affidarci a ogni nostro impulso. Al contrario, ogni cosa deve
essere valutata alla stregua del volere di Dio, con attenzione
e con grandezza d'animo. Purtroppo, degli altri spesso
pensiamo e parliamo più facilmente male che bene: tale è la
nostra miseria. Quelli che vogliono essere perfetti non
credono scioccamente all'ultimo che parla, giacché conoscono
la debolezza umana, portata alla malevolenza e troppo facile a
blaterare. Grande saggezza, non essere precipitosi nell'agire
e, d'altra parte, non restare ostinatamente alle nostre prime
impressioni. Grande saggezza, perciò, non andare dietro a
ogni discorso della gente e non spargere subito all'orecchio
di altri quanto abbiamo udito e creduto. Devi preferire di
farti guidare da uno migliore di te, piuttosto che andare
dietro alle tue fantasticherie; prima di agire, devi
consigliarti con persona saggia e di retta coscienza. Giacché
è la vita virtuosa che rende l'uomo l'uomo saggio della
saggezza di Dio, e buon giudice in molti problemi. Quanto più
uno sarà inutilmente umile e soggetto a Dio, tanto più sarà
saggio, e pacato in ogni cosa.
Capitolo
V
LA
LETTURA DEI LIBRI DI DEVOZIONE
Nei
libri di devozione si deve ricercare la verità, non la
bellezza della forma. Essi vanno letti nello spirito con cui
furono scritti; in essi va ricercata l'utilità spirituale,
piuttosto che l'eleganza della parola. Perciò dobbiamo
leggere anche opere semplici, ma devote, con lo stesso
desiderio con cui leggiamo opere dotte e profonde. Non
lasciarti colpire dal nome dello scrittore, di minore o
maggiore risonanza; quel che ci deve indurre alla lettura deve
essere il puro amore della verità. Non cercar di sapere chi
ha detto una cosa, ma bada a ciò che è stato detto. Infatti
gli uomini passano, "invece la verità del Signore resta
per sempre" (Sal 116,2); e Dio ci parla in varie maniere,
"senza tener conto delle persone" (1Pt 1,17).
Spesso, quando leggiamo le Scritture, ci è di ostacolo la
nostra smania di indagare, perché vogliamo approfondire e
discutere là dove non ci sarebbe che da andare avanti in
semplicità di spirito. Se vuoi trarre profitto, leggi con
animo umile e semplice, con fede. E non aspirare mai alla fama
di studioso. Ama interrogare e ascoltare in silenzio la parola
dei santi. E non essere indifferente alle parole dei
superiori: esse non vengono pronunciate senza ragione.
Capitolo
VI
GLI
SREGOLATI MOTI DELL'ANIMA
Ogni
qual volta si desidera una cosa contro il volere di Dio,
subito si diventa interiormente inquieti. Il superbo e l'avaro
non hanno mai requie; invece il povero e l'umile di cuore
godono della pienezza della pace. Colui che non è
perfettamente morto a se stesso cade facilmente in tentazione
ed è vinto in cose da nulla e disprezzabili. Colui che è
debole nello spirito ed è, in qualche modo, ancora volto alla
carne e ai sensi, difficilmente si può distogliere del tutto
dalle brame terrene; e, quando pur riesce a sottrarsi a queste
brame, ne riceve tristezza. Che se poi qualcuno gli pone
ostacolo, facilmente si sdegna; se, infine, raggiunge quel che
bramava, immediatamente sente in coscienza il peso della
colpa, perché ha assecondato la sua passione, la quale non
giova alla pace che cercava. Giacché la vera pace del cuore
la si trova resistendo alle passioni, non soggiacendo ad esse.
Non già nel cuore di colui che è attaccato alla carne, non
già nell'uomo volto alle cose esteriori sta la pace; ma nel
cuore di colui che è pieno di fervore spirituale.
Capitolo
VII
GUARDARSI
DALLE VANE SPERANZE E FUGGIRE LA SUPERBIA
Chi
mette la sua fiducia negli uomini e nelle altre creature è un
insensato. Non ti rincresca di star sottoposto ad altri, per
amore di Gesù Cristo, e di sembrare un poveretto, in questo
mondo. Non appoggiarti alle tue forze, ma salda la tua
speranza in Dio: se farai tutto quanto sta in te, Iddio aderirà
al tuo buon volere. Non confidare nel sapere tuo o nella
capacità di un uomo purchessia, ma piuttosto nella grazia di
Dio, che sostiene gli umili e atterra i presuntuosi. Non
vantarti delle ricchezze, se ne hai, e neppure delle potenti
amicizie; il tuo vanto sia in Dio, che concede ogni cosa, ed
ama dare se stesso, sopra ogni cosa. Non gonfiarti per la
prestanza e la bellezza del tuo corpo; alla minima malattia
esse si guastano e si deturpano. Non compiacerti di te stesso,
a causa della tua abilità e della tua intelligenza, affinché
tu non spiaccia a Dio, a cui appartiene tutto ciò che di
buono hai sortito dalla natura. Non crederti migliore di
altri, affinché, per avventura, tu non sia ritenuto peggiore
dinanzi a Dio, che ben conosce quello che c'è in ogni uomo (cfr.
Gv 2,25). Non insuperbire per le tue opere buone, perché il
giudizio degli uomini è diverso da quello di Dio, cui spesso
non piace ciò che piace agli uomini. Anche se hai qualcosa di
buono, pensa che altri abbia di meglio, cosicché tu mantenga
l'umiltà. Nulla di male se ti metti al di sotto di tutti gli
altri; molto male è invece se tu ti metti al di sopra di una
sola persona. Nell'umile è pace indefettibile; nel cuore del
superbo sono, invece, continua smania e inquietudine.
Capitolo
VIII
EVITARE
L'ECCESSIVA FAMILIARITA'
"Non
aprire il tuo cuore al primo che capita" (Sir 8,22); i
tuoi problemi, trattali invece con chi ha saggezza e timore di
Dio. Cerca di stare raramente con persone sprovvedute e
sconosciute; non metterti con i ricchi per adularli; non farti
vedere volentieri con i grandi. Stai, invece, accanto alle
persone umili e semplici, devote e di buoni costumi; e con
esse tratta di cose che giovino alla tua santificazione. Non
avere familiarità con alcuna donna, ma raccomanda a Dio tutte
le donne degne. Cerca di essere tutto unito soltanto a Dio e
ai suoi angeli, evitando ogni curiosità riguardo agli uomini.
Mentre si deve avere amore per tutti, la familiarità non è
affatto necessaria. Capita talvolta che una persona che non
conosciamo brilli per fama eccellente; e che poi, quando essa
ci sta dinanzi, ci dia noia solo al vederla. D'altra parte,
talvolta speriamo di piacere a qualcuno, stando con lui, e
invece cominciamo allora a non piacergli, perché egli vede in
noi alcunché di riprovevole.
Capitolo
IX
OBBEDIENZA
E SOTTOMISSIONE
1.
Stare sottomessi, vivere soggetti a un superiore e non
disporre di sé è cosa grande e valida. E' molto più sicura
la condizione di sudditanza, che quella di comando. Ci sono
molti che stanno sottomessi per forza, più che per amore: da
ciò traggono sofferenza, e facilmente se ne lamentano; essi
non giungono a libertà di spirito, se la loro sottomissione
non viene dal profondo del cuore e non ha radice in Dio. Corri
pure di qua e di là; non troverai pace che nell'umile
sottomissione sotto la guida di un superiore. Andar sognando
luoghi diversi, e passare dall'uno all'altro, è stato per
molti un inganno.
2.
Certamente ciascuno preferisce agire a suo talento, ed
è maggiormente portato verso chi gli dà ragione. Ma, se Dio
è dentro di noi, dobbiamo pur talvolta lasciar perdere i
nostri desideri, per amore della pace. C'è persona così
sapiente che possa conoscere pienamente ogni cosa? Perciò non
devi avere troppa fiducia nelle tue impressioni; devi
ascoltare volentieri anche il parere degli altri. Anche se la
tua idea era giusta, ma la abbandoni per amore di Dio seguendo
quella di altri, da ciò trarrai molto profitto. Stare ad
ascoltare ed accettare un consiglio - come spesso ho sentito
dire - è cosa più sicura che dare consigli. Può anche
accadere che l'idea di uno sia buona; ma è sempre segno di
superbia e di pertinacia non volersi arrendere agli altri,
quando la ragionevolezza o l'evidenza lo esigano.
Capitolo
X
ASTENERSI
DAI DISCORSI INUTILI
1. Per quanto possibile, stai lontano dall'agitarsi che fa la gente. Infatti, anche se vi si attende con purezza di intenzione, l'occuparsi delle faccende del mondo è un grosso impaccio, perché ben presto si viene inquinati dalle vanità, e fatti schiavi. Più di una volta vorrei essere stato zitto, e non essere andato in mezzo alla gente.
2.
Ma perché andiamo parlando e chiacchierando così
volentieri con altri, anche se poi è raro che, quando
torniamo a star zitti, non abbiamo qualche guasto alla
coscienza? Parliamo così volentieri perché, con queste
chiacchiere, cerchiamo di consolarci a vicenda, e speriamo di
sollevare il nostro animo oppresso dai vari pensieri. Inoltre
molto ci diletta discorrere e fantasticare delle cose che
amiamo assai e che desideriamo, o di ciò che sembra
contrastarci. Ma spesso purtroppo tutto questo è vano e
inutile; giacché una simile consolazione esteriore va molto a
scapito di quella interiore e divina.
3.
Non dobbiamo passare il nostro tempo in ozio, ma in
vigilie e in orazioni; e, se possiamo o dobbiamo parlare, dire
cose edificanti. Infatti, mentre il malvezzo e la
trascuratezza del nostro progresso spirituale ci induce
facilmente a tenere incustodita la nostra lingua, giova assai
al nostro profitto interiore una devota conversione intorno
alle cose dello spirito; tanto più quando ci si unisca, nel
nome di Dio, a persone animate da pari spiritualità.
Capitolo
XI
LA
CONQUISTA DELLA PACE INTERIORE E L'AMORE DEL PROGRESSO
SPIRITUALE
1.
Se non ci volessimo impicciare di quello che dicono o
di quello che fanno gli altri, e di cose che non ci
riguardano, potremmo avere una grande pace interiore. Come,
infatti, è possibile che uno mantenga a lungo l'animo
tranquillo se si intromette nelle faccende altrui, se va a
cercare all'esterno i suoi motivi di interesse, se raramente e
superficialmente si raccoglie in se stesso? Beati i semplici,
giacché avranno grande pace. Perché mai alcuni santi furono
così perfetti e pieni di spirito contemplativo? Perché si
sforzarono di spegnere completamente in sé ogni desiderio
terreno, cosicché - liberati e staccati da se stessi -
potessero stare totalmente uniti a Dio, con tutto il cuore.
Noi, invece, siamo troppo presi dai nostri sfrenati desideri,
e troppo preoccupati delle cose di quaggiù; di rado riusciamo
a vincere un nostro difetto, anche uno soltanto, e non siamo
ardenti nel tendere al nostro continuo miglioramento. E così
restiamo inerti e tiepidi. Se fossimo, invece, totalmente
morti a noi stessi e avessimo una perfetta semplicità
interiore, potremmo perfino avere conoscenza delle cose di
Dio, e fare esperienza, in qualche misura, della
contemplazione celeste. Il vero e più grande ostacolo
consiste in ciò, che non siamo liberi dalle passioni e dalle
brame, e che non ci sforziamo di entrare nella via della
perfezione, che fu la via dei santi: anzi, appena incontriamo
una difficoltà, anche di poco conto, ci lasciamo troppo
presto abbattere e ci volgiamo a consolazioni terrene.
2.
Se facessimo di tutto, da uomini forti, per non
abbandonare la battaglia, tosto vedremmo venire a noi dal
cielo l'aiuto del Signore. Il quale prontamente sostiene
coloro che combattono fiduciosi nella sua grazia; anzi, ci
procura occasioni di lotta proprio perché ne usciamo
vittoriosi. Che se facciamo consistere il progresso spirituale
soltanto in certe pratiche esteriori, tosto la nostra
religione sarà morta. Via, mettiamo la scure alla radice,
cosicché, liberati dalle passioni, raggiungiamo la pace dello
spirito. Se ci strappassimo via un solo vizio all'anno
diventeremmo presto perfetti. Invece spesso ci accorgiamo del
contrario; troviamo cioè che quando abbiamo indirizzata la
nostra vita a Dio eravamo più buoni e più puri di ora, dopo
molti anni di vita religiosa. Il fervore e l'avanzamento
spirituale dovrebbe crescere di giorno in giorno; invece già
sembra gran cosa se uno riesce a tener viva una particella del
fervore iniziale.
3.
Se facessimo un poco di violenza a noi stessi sul
principio, potremmo poi fare ogni cosa facilmente e
gioiosamente. Certo è difficile lasciare ciò a cui si è
abituati; ancor più difficile è camminare in senso contrario
al proprio desiderio. Ma se non riesci a vincere nelle cose
piccole e da poco, come supererai quelle più gravi? Resisti
fin dall'inizio alla tua inclinazione; distaccati
dall'abitudine, affinché questa non ti porti, a poco a poco,
in una situazione più ardua. Se tu comprendessi quanta pace
daresti a te stesso e quanta gioia procureresti agli altri, e
vivendo una vita dedita al bene, sono certo che saresti più
sollecito nel tendere al tuo profitto spirituale.
Capitolo
XII
I
VANTAGGI DELLE AVVERSITA'
1.
E' bene per noi che incontriamo talvolta difficoltà e
contrarietà; queste, infatti, richiamano l'uomo a se stesso,
nel profondo, fino a che comprenda che quaggiù egli è in
esilio e che la sua speranza non va riposta in alcuna cosa di
questo mondo. E' bene che talvolta soffriamo contraddizione e
che la gente ci giudichi male e ingiustamente, anche se le
nostre azioni e le nostre intenzioni sono buone. Tutto ciò
suol favorire l'umiltà, e ci preserva dalla vanagloria.
Invero, proprio quando la gente attorno a noi ci offende e ci
scredita, noi aneliamo con maggior forza al testimone
interiore, Iddio.
2.
Dovremmo piantare noi stessi così saldamente in Dio,
da non avere necessità alcuna di andar cercando tanti
conforti umani. Quando un uomo di buona volontà soffre
tribolazioni e tentazioni, o è afflitto da pensieri malvagi,
allora egli sente di aver maggior bisogno di Dio, e di non
poter fare nulla di bene senza di lui. E si rattrista e piange
e prega, per il male che soffre; gli viene a noia che la vita
continui; e spera che sopraggiunga la morte (2 Cor 1,8), così
da poter scomparire e dimorare in Cristo (Fil 1,23). Allora
egli capisce che nel mondo non può esserci completa serenità
e piena pace.
Capitolo
XIII
RESISTERE
ALLE TENTAZIONI
2.
Causa prima di ogni perversa tentazione è la mancanza
di stabilità spirituale e la scarsezza di fiducia in Dio;
giacché, come una nave senza timone viene spinta qua e là
dalle onde, così l'uomo infiacchito, che abbandona i suoi
propositi, viene in vario modo tentato. Come il fuoco serve a
saggiare il ferro (Sir 31,26), così la tentazione serve a
saggiare la santità di una persona (Sir 27,6). Quali
possibilità ciascuno abbia in potenza, spesso non lo
sappiamo; ma la tentazione dispiega palesemente ciò che
siamo. Tuttavia bisogna vigilare, particolarmente intorno
all'inizio della tentazione; poiché il nemico si vince più
facilmente se non gli si permette per nulla di varcare le
porte della nostra mente; e se gli si sbarra la strada al di là
della soglia, non appena abbia bussato. Di qui il detto:
"resisti agli inizi; è troppo tardi quando si prepara la
medicina" (Ovidio, Remedia amoris, II,91). Infatti,
dapprima viene alla mente un semplice pensiero, di poi una
forte immaginazione, infine un compiacimento, un impulso
cattivo e un'acquiescenza. E così, piano piano, il nemico
malvagio penetra del tutto, proprio perché non gli si è
resistito all'inizio. E quanto più a lungo uno ha tardato
torpidamente a resistere, tanto più si è, via via,
interiormente indebolito, mentre il nemico è andato crescendo
di forze contro di lui.
3.
Alcuni sentono le maggiori tentazioni al principio
della loro conversione a Dio; altri invece alla fine. Alcuni
sono fortemente turbati pressoché per tutta la vita; altri
sentono tentazioni piuttosto lievi: secondo quanto dispongono
la sapienza e la giustizia di Dio, le quali pesano la
condizione e i meriti di ciascuno e preordinano ogni cosa alla
salvezza degli eletti. Perciò non dobbiamo lasciarci cogliere
dalla disperazione, quando siamo tentati. Dobbiamo invece,
pregare Iddio ancor più fervorosamente, affinché si degni di
aiutarci in ogni tentazione; Lui che, in verità, secondo
quanto dice Paolo (1Cor 10,13), farà in modo che la
tentazione sia accompagnata dai mezzi per poterla sopportare.
Abbassiamo, dunque, in umiltà, l'anima nostra sotto la mano
di Dio, quando siamo tentati e tribolati, giacché il Signore
salverà gli umili di spirito e li innalzerà (1Pt 5,6; Sal
33,19). Quanto uno abbia progredito si dimostra nella
tentazione e nella tribolazione; qui sta il suo maggior
merito; qui appare più chiaramente la sua virtù. Non è gran
cosa esser devoti e fervorosi quando non si hanno difficoltà;
sapere invece sopportare se stessi nel momento dell'avversità
dà a sperare in un grande avanzamento spirituale. Avviene che
alcuni sono al riparo da grandi tentazioni, ma sono spesso
sconfitti nelle piccole tentazioni di ogni giorno; e così,
umiliati per essere caduti in cose tanto da poco, non
ripongono più fiducia in se stessi, nelle cose più grandi.
Capitolo
XIV
EVITARE
I GIUDIZI TEMERARI
1. Rivolgi gli occhi a te stesso e stai attento a non giudicare quel che fanno gli altri. In tale giudizio si lavora senza frutto; frequentemente ci si sbaglia e facilmente si cade in peccato. Invece, nel giudizio e nel vaglio di se stessi, si opera sempre fruttuosamente. Spesso giudichiamo secondo un nostro preconcetto; e così, per un nostro atteggiamento personale, perdiamo il criterio della verità. Se il nostro desiderio fosse diretto soltanto a Dio, non ci lasceremmo turbare così facilmente dalla resistenza opposta dal nostro senso umano. Di più, spesso, c'è qualcosa, già nascosto, latente in noi, o sopravveniente dall'esterno, che ci tira di qua o di là. Molti, in tutto ciò che fanno, cercano se stessi, senza neppure accorgersene. Sembrano essere in perfetta pace quando le cose vanno secondo i loro desideri e i loro gusti; se, invece, vanno diversamente, subito si agitano e si rattristano.
Capitolo
X
LE
OPERE FATTE PER AMORE
1. Non si deve fare alcun male, per nessuna cosa al mondo né per compiacenza verso chicchessia; talora, invece, per giovare a uno che ne ha bisogno, si deve senza esitazione lasciare una cosa buona che si sta facendo, o sostituirla con una ancora più buona: in tal modo non si distrugge l'opera buona, ma soltanto la si trasforma in meglio.
Capitolo
XVI
SOPPORTARE
I DIFETTI DEGLI ALTRI
1.
Quei difetti, nostro od altrui, che non riusciamo a
correggere, li dobbiamo sopportare con pazienza, fino a che
Dio non disponga altrimenti. Rifletti che, per avventura,
questa sopportazione è la cosa più utile per te, come prova
di quella pazienza, senza della quale ben poco contano i
nostri meriti. Tuttavia, di fronte a tali difficoltà, devi
chiedere insistentemente che Dio si degni di venirti in aiuto
e che tu riesca a sopportarle lietamente. Se uno, ammonito una
volta e un'altra ancora, non si acquieta, cessa di litigare
con lui; rimetti invece ogni cosa in Dio, affinché in tutti
noi, suoi servi, si faccia la volontà e la gloria di Lui, che
ben sa trasformare il male in bene. Sforzati di essere
paziente nel tollerare i difetti e le debolezze altrui,
qualunque essi siano, giacché anche tu presenti molte cose
che altri debbono sopportare.
2.
Se non riesci a trasformare te stesso secondo quella
che pure è la tua volontà, come potrai pretendere che gli
altri si conformino al tuo desiderio? Vogliamo che gli altri
siano perfetti; mentre noi non correggiamo le nostre
manchevolezze. Vogliamo che gli altri si correggano
rigorosamente; mentre noi non sappiamo correggere noi stessi.
Ci disturba una ampia libertà degli altri; mentre non
sappiamo negare a noi stessi ciò che desideriamo. Vogliamo
che gli altri siano stretti entro certe regole; mentre noi non
ammettiamo di essere un po' più frenati. In tal modo, dunque,
è chiaro che raramente misuriamo il prossimo come noi stessi.
Se fossimo tutti perfetti, che cosa avremmo da patire dagli
altri, per amore di Dio? Ora, Dio così dispone, affinché
apprendessimo a portare l'uno i pesi dell'altro (Gal 6,2).
Infatti non c'è alcuno che non presenti difetti o molestie;
non c'è alcuno che basti a se stesso e che, di per sé, sia
sufficientemente saggio. Occorre, dunque, che ci sopportiamo a
vicenda, che a vicenda ci consoliamo, che egualmente ci
aiutiamo e ci ammoniamo. Quanta virtù ciascuno di noi abbia,
ciò appare al momento delle avversità: non sono le occasioni
che fanno fragile l'uomo, ma esse mostrano quale esso è.
Capitolo
XVII
LA
VITA NEI MONASTERI
1.
Se vuoi mantenere pace e concordia con gli altri, devi
imparare a vincere decisamente te stesso in molte cose. Non è
cosa facile stare in un monastero o in un gruppo, e viverci
senza lamento alcuno, mantenendosi fedele sino alla morte.
Beato colui che vi avrà vissuto santamente e vi avrà
felicemente compiuta la vita. Se vuoi stare saldo al tuo
dovere e avanzare nel bene, devi considerarti esule pellegrino
su questa terra. Per condurre una vita di pietà, devi farti
stolto per amore di Cristo.
2.
Poco contano l'abito e la tonsura; sono la
trasformazione della vita e la completa mortificazione delle
passioni, che fanno il monaco. Chi tende ad altro che non sia
soltanto Dio e la salute dell'anima, non troverà che
tribolazione e dolore. Ancora, non avrà pace duratura chi non
si sforza di essere il più piccolo, sottoposto a tutti. Qui
tu sei venuto per servire, non comandare. Ricordati che sei
stato chiamato a sopportare e a faticare, non a passare il
tempo in ozio e in chiacchiere. Qui si provano gli uomini,
come si prova l'oro nel fuoco (cfr. Sir 27,6). Qui nessuno
potrà durevolmente stare, se non si sarà fatto umile dal
profondo del cuore, per amore di Dio.
Capitolo
XVIII
GLI
ESEMPI DEI GRANDI PADRI SANTI
1.
Guarda ai luminosi esempi dei grandi santi padri, nei
quali rifulse una pietà veramente perfetta e vedrai come sia
ben poco, e quasi nulla, quello che facciamo noi. Ahimé!, che
cosa è la nostra vita, paragonata alla vita di quei santi?
Veramente santi, e amici di Cristo, costoro servirono il
Signore nella fame e nella sete; nel freddo, senza avere di
che coprirsi; nel faticoso lavoro; nelle veglie e nei digiuni;
nelle preghiere e nelle pie meditazioni; spesso nelle ingiurie
e nelle persecuzioni. Quante tribolazioni, e quanto gravi,
hanno patito gli apostoli, i martiri, i testimoni della fede,
le vergini e tutti gli altri che vollero seguire le orme di
Cristo; essi infatti, ebbero in odio se stessi in questo
mondo, per possedere le loro anime nella vita eterna. Quale
vita rigorosa, e piena di rinunce, vissero questi grandi padri
nel deserto; quante lunghe e gravi tentazioni ebbero a
sopportare; quanto spesso furono tormentati dal diavolo;
quante ripetute e fervide preghiere offrirono a Dio; quali
dure astinenze seppero sopportare. Come furono grandi l'ardore
e il fervore con i quali mirarono al loro progresso
spirituale; come fu coraggiosa la battaglia che essi fecero
per vincere i loro vizi; come fu piena e retta la loro
intenzione, che essi tennero sempre volta a Dio! Lavoravano
per tutta la giornata, e la notte la passavano in continua
preghiera; ma neppure durante il lavoro veniva mai meno in
loro l'orazione interiore. Tutto il loro tempo era impiegato
utilmente; e a loro sembrava troppo corta ogni ora dedicata a
Dio; ancora, per la grande soavità della contemplazione,
dimenticavano persino la necessità di rifocillare il corpo.
Rinunciavano a tutte le ricchezze, alle cariche, agli onori,
alle amicizie e alle parentele; nulla volevano avere delle
cose del mondo; mangiavano appena quanto era necessario alla
vita e si lamentavano quando si dovevano sottomettere a
necessità materiali.
2. Erano poveri di cose terrene, molto ricchi invece di grazia e di virtù; esteriormente miserabili, ricompensati però interiormente dalla grazia e dalla consolazione divina; lontani dal mondo, ma vicini a Dio, amici intimi di Dio,; si ritenevano un nulla ed erano disprezzati dagli uomini, ma erano preziosi e cari agli occhi di Dio. Stavano in sincera umiltà, vivevano in schietta obbedienza; camminavano in amore e sapienza: per questo progredivano spiritualmente ogni giorno, e ottenevano tanta grazia presso Dio. Essi sono offerti come esempio per tutti coloro che si sono dati alla vita religiosa; essi ci devono indurre all'avanzamento nel bene, più che non ci induca al rilassamento la schiera delle persone poco fervorose.
3.
Quanto fu grande l'ardore di questi uomini di Dio,
quando diedero inizio alle loro istituzioni. Quale devozione
nella preghiera, quale slancio nella vita, quale rigore in
esso vigoreggiò; quanto rispetto e quanta docilità sotto la
regola del maestro fiorì in tutti loro. Restano ancora certi
ruderi abbandonati, ad attestare che furono veramente uomini
santi e perfetti, costoro, che con una strenua lotta,
schiacciarono il mondo. Oggi, invece, già uno è ritenuto
buono se non tradisce la fede; se riesce a sopportare con
pazienza quel che gli tocca. Tale è la nostra attuale
condizione di negligente tiepidezza, che ben presto cadiamo
nel fervore iniziale; pigri e stanchi, già ci viene a noia la
vita. Voglia il cielo che in te non si vada spegnendo del
tutto l'avanzamento nelle virtù; in te che frequentemente hai
avuto sotto gli occhi gli esempi dei santi.
Capitolo
XIX
COME
SI DEVE ADDESTRARE COLUI CHE SI E' DATO A DIO
1.
La vita di colui che si è dato a Dio deve essere
rigogliosa di ogni virtù, cosicché, quale egli appare
esteriormente alla gente, tale sia anche interiormente. Anzi,
e a ragione, di dentro vi deve essere molto più di quanto
appare di fuori; giacché noi siamo sotto gli occhi di Dio, e
a lui dobbiamo sommo rispetto, ovunque ci troviamo; Dio,
dinanzi al quale dobbiamo camminare puri come angeli. Ogni
giorno dobbiamo rinnovare il nostro proposito e spronare noi
stessi al fervore, come fossimo appena venuti, oggi, alla vita
del monastero. Dobbiamo dire: aiutami, Signore Iddio, nel mio
buon proposito e nel santo servizio che ti è dovuto;
concedimi di ricominciare oggi radicalmente, perché quel che
ho fatto fin qui è nulla. Il nostro progresso spirituale
procede di pari passo con il nostro proposito. Grande
vigilanza occorre per chi vuol avanzare nel bene; ché, se
cade spesso colui che ha forti propositi, che cosa sarà di
colui che soltanto di rado si propone alcunché, e con poca
fermezza? Svariati sono i modi nei quali ci accade di
abbandonare il nostro proposito; anche la semplice omissione
di un solo esercizio di pietà porta quasi sempre qualche
guasto. In verità, la fermezza di proposito dei giusti
dipende, più che dalla loro saggezza, dalla grazia di Dio,
nel quale essi ripongono la loro fiducia, qualunque meta
riescano a raggiungere, giacché l'uomo propone ma chi dispone
è Dio, le cui vie noi non conosciamo. Se talvolta, per fare
del bene o per essere utili ai fratelli, si omette un abituale
esercizio di pietà, esso potrà facilmente essere recuperato
più tardi; che se, invece, quasi senza badare, lo si
tralascia per malavoglia o negligenza, ciò costituisce già
una colpa, e deve essere sentito come una perdita.
2.
Per quanto ci mettiamo tutto l'impegno possibile, sarà
facile che abbiamo a cadere ancora, in varie occasioni.
Tuttavia dobbiamo fare continuamente qualche proponimento
preciso, specialmente in contrapposto a ciò che maggiormente
impedisce il nostro profitto spirituale. Cose esterne e cose
interiori sono necessarie al nostro progresso spirituale,
perciò, le une come le altre, dobbiamo esaminarle
attentamente e metterle nel giusto ordine. Se non riesci a
stare sempre concentrato in te stesso, raccogliti di tempo in
tempo, almeno una volta al giorno, la mattina o la sera: la
mattina per fare i tuoi propositi, la sera per esaminare come
ti sei comportato, cioè come sei stato, nelle parole, nonché
nei pensieri, con i quali forse hai più spesso offeso Dio o
il prossimo. Armati, come un soldato, contro le perversità
del diavolo. Tieni a freno la gola; così terrai più
facilmente a freno ogni altra cattiva tendenza del corpo. Non
stare mai senza far nulla: sii occupato sempre, a leggero o a
scrivere, a pregare o a meditare, o a fare qualche lavoro
utile per tutti. Gli esercizi corporali di ciascuno siano
compiuti separatamente; né tutti possono assumersene
ugualmente. Se non sono esercizi di tutta la comunità, non
devono essere palesati a tutti, giacché ciò che è personale
si fa con maggior profitto nel segreto. Tuttavia guarda di non
essere tardo alle pratiche comunitarie; più pronto, invece, a
quelle tue proprie. Che, compiuto disciplinatamente e
interamente il dovere imposto, se avanza tempo, ritornerai a
te stesso, come vuole la tua devozione personale. Non è
possibile che tutti abbiano a fare il medesimo esercizio,
giacché a ciascuno giova qualcosa di particolare. E poi si
amano esercizi diversi secondo i momenti: alcuni ci sono più
graditi nei giorni di festa, altri nei giorni comuni. Inoltre,
nel momento della tentazione e nel momento della pacifica
tranquillità, abbiamo bisogno di esercizi ben diversi. Infine
quando siamo nella tristezza ci piace pensare a certe cose;
ad, invece quando siamo nella Letizia del Signore.
3.
Nelle feste più solenni dobbiamo rinnovare gli
esercizi di pietà ed implorare con fervore più grande
l'aiuto dei santi. I nostri proponimenti devono andare da una
ad altra festività, come se in quel punto dovessimo lasciare
questo mondo e giungere alla festa eterna. Per questo, nei
periodi di particolare devozione, dobbiamo prepararci con
cura, e mantenerci in più grande pietà, attenendoci più
rigorosamente ai nostri doveri, quasi stessimo per ricevere da
Dio il premio delle nostre fatiche. Che se tale premio sarà
rimandato, dobbiamo convincerci che non eravamo pienamente
preparati e che non eravamo ancora degni della immensa gloria,
che ci sarà rivelata (Rm 8,18) nel tempo stabilito; e
dobbiamo fare in modo di prepararci meglio alla morte.
"Beato quel servo - dice Luca evangelista - che il
padrone, al suo arrivo, avrà trovato sveglio e pronto. In
verità vi dico che gli darà da amministrare tutti i suoi
beni" (Lc 12,44; cfr. Lc 12,37).
Capitolo
XX
L'AMORE
DELLA SOLITUDINE E DEL SILENZIO
1.
Cerca il tempo adatto per pensare a te e rifletti
frequentemente sui benefici che vengono da Dio. Tralascia ogni
cosa umanamente attraente; medita argomenti che ti assicurino
una compunzione di spirito, piuttosto che un modo qualsiasi di
occuparti. Un sufficiente spazio di tempo, adatto per
dedicarti a buone meditazioni, lo troverai rinunciando a fare
discorsi inutilmente oziosi e ad ascoltare chiacchiere sugli
avvenimenti del giorno. I più grandi santi evitavano, per
quanto possibile, di stare con la gente e preferivano stare
appartati, al servizio di Dio. E' stato detto: ogni volta che
andai tra gli uomini ne ritornai meno uomo di prima (Seneca,
Epist. VII, 3). E ne facciamo spesso esperienza, quando stiamo
a lungo a parlare con altri. Tacere del tutto è più facile
che evitare le intemperanze del discorrere, come è più
facile stare chiuso in casa che sapersi convenientemente
controllare fuori casa. Perciò colui che vuole giungere alla
spiritualità interiore, deve, insieme con Gesù, ritirarsi
dalla gente. Soltanto chi ama il nascondimento sta in mezzo
alla gente senza errare; soltanto chi ama il silenzio parla
senza vaneggiare; soltanto chi ama la sottomissione eccelle
senza sbagliare; soltanto chi ama obbedire comanda senza
sgarrare; soltanto colui che è certo della sua buona
coscienza possiede gioia perfetta.
2.
Però, anche nei santi, questo senso di sicurezza ebbe
fondamento nel timore di Dio. Essi brillarono per
straordinarie virtù e per grazia, ma non per questo furono
meno fervorosi e intimamente umili. Il senso di sicurezza dei
cattivi scaturisce, invece, dalla superbia e dalla
presunzione; e , alla fine, si muta in inganno di se stessi.
Non sperare di avere sicurezza in questo mondo, anche se sei
ritenuto buon monaco o eremita devoto; spesso, infatti, coloro
che sembravano eccellenti agli occhi degli uomini sono stati
messi nelle più gravi difficoltà. Per molte persone è
meglio dunque non essere del tutto esenti da tentazioni ed
avere sovente da lottare contro di queste, affinché non siamo
troppo sicure di sé, non abbiamo per caso a montare in
superbia o addirittura a volgersi sfrenatamente a gioie
terrene. Quale buona coscienza manterrebbe colui che non
andasse mai cercando le gioie passeggere e non si lasciasse
prendere dal mondo! Quale grande pace, quale serenità avrebbe
colui che sapesse stroncare ogni vano pensiero, meditando
soltanto intorno a ciò che attiene a Dio e alla salute
dell'anima, e ponendo ben fissa ogni sua speranza in Dio!
Nessuno sarà degno del gaudio celeste, se non avrà
sottoposto pazientemente se stesso al pungolo spirituale. Ora,
se tu vuoi sentire dal profondo del cuore questo pungolo,
ritirati nella tua stanza, lasciando fuori il tumulto del
mondo, come sta scritto: pungolate voi stessi, nelle vostre
stanze (Sal 4,4). Quello che fuori, per lo più, vai perdendo,
lo troverai nella tua cella; la quale diventa via via sempre
più cara, mentre reca noi soltanto a chi vi sta di mal animo.
Se, fin dall'inizio della tua venuta in convento, starai nella
tua cella, e la custodirai con buona disposizione d'animo,
essa diventerà per te un'amica diletta e un conforto molto
gradito.
3.
Nel silenzio e nella quiete l'anima devota progredisce
e apprende il significato nascosto delle Scritture; nel
silenzio e nella quiete trova fiumi di lacrime per nettarsi e
purificarsi ogni notte, e diventa tanto più intima al suo
creatore quanto più sta lontana da ogni chiasso mondano. Se,
dunque, uno si sottrae a conoscenti e ad amici, gli si farà
vicino Iddio, con gli angeli santi. E' cosa migliore starsene
appartato a curare il proprio perfezionamento, che fare
miracoli, dimenticando se stessi. Cosa lodevole, per colui che
vive in convento, andar fuori di rado, evitare di apparire,
persino schivare la gente. Perché mai vuoi vedere ciò che
non puoi avere? "Il mondo passa, e passano i suoi
desideri" (1Gv 2,17). I desideri dei sensi portano a
vagare con la mente; ma, passato il momento, che cosa ne
ricavi se non un peso sulla coscienza e una profonda
dissipazione? Un'uscita piena di gioia prepara spesso un
ritorno pieno di tristezza; una veglia piena di letizia rende
l'indomani pieno di amarezza; ogni godimento della carne
penetra con dolcezza, ma alla fine morde e uccide. Che cosa
puoi vedere fuori del monastero, che qui tu non veda? Ecco,
qui hai il cielo e la terra e tutti glie elementi dai quali
sono tratte tutte le cose. Che cosa altrove potrai vedere, che
possa durare a lungo sotto questo sole? Forse credi di poterti
saziare pienamente; ma a ciò non giungerai. Ché, se anche tu
vedessi tutte le cose di questo mondo, che cosa sarebbe
questo, se non un sogno senza consistenza? Leva i tuoi occhi
in alto, a Dio, e prega per i tuoi peccati e per le tue
mancanze. Lascia le vanità alla gente vana; e tu attendi
invece a quello che ti ha comandato Iddio. Chiudi dietro di te
la tua porta, chiama a te Gesù, il tuo diletto, e resta con
lui nella cella; ché una sì grande pace altrove non la
troverai. Se tu non uscirai e nulla sentirai dal chiasso
mondano, resterai più facilmente in una pace perfetta. E
poiché talvolta sentire cose nuove reca piacere, occorre che
tu sappia sopportare il conseguente turbamento dell'animo.
Capitolo
XXI
LA
COMPUNZIONE DEL CUORE
1.
Se vuoi fare qualche progresso conservati nel timore di
Dio, senza ambire a una smodata libertà; tieni invece
saldamente a freno i tuoi sensi, senza lasciarti andare a una
stolta letizia. Abbandonati alla compunzione di cuore, e ne
ricaverai una vera devozione. La compunzione infatti fa
sbocciare molte cose buone, che, con la leggerezza di cuore,
sogliono subitamente disperdersi. E' meraviglia che uno possa
talvolta trovare piena letizia nella vita terrena, se
considera che questa costituisce un esilio e se riflette ai
tanti pericoli che la sua anima vi incontra. Per leggerezza di
cuore e noncuranza dei nostri difetti spesso non ci rendiamo
conto dei guai della nostra anima; anzi, spesso ridiamo
stoltamente, quando, in verità, dovremmo piangere. Non esiste
infatti vera libertà, né santa letizia, se non nel timore di
Dio e nella rettitudine di coscienza. Felice colui che riesce
a liberarsi da ogni impacci dovuto a dispersione spirituale,
concentrando tutto se stesso in una perfetta compunzione.
Felice colui che sa allontanare tutto ciò che può macchiare
o appesantire il suo spirito. Tu devi combattere da uomo:
l'abitudine si vince con l'abitudine. Se impari a non curarti
della gente, questa lascerà che tu attenda tranquillamente a
te stesso. Non portare dentro di te le faccende degli altri,
non impicciarti neppure di quello che fanno le persone più in
vista; piuttosto vigila sempre e in primo luogo su di te, e
rivolgi il tuo ammonimento particolarmente a te stesso, prima
che ad altre persone, anche care. Non rattristarti se non
ricevi il favore degli uomini; quello che ti deve pesare,
invece, è la constatazione di non essere del tutto e
sicuramente nella via del bene, come si converrebbe a un servo
di Dio e a un monaco pieno di devozione.
2.
E' grandemente utile per noi, e ci dà sicurezza di
spirito, non ricevere molte gioie in questa vita;
particolarmente gioie materiali. Comunque, è colpa nostra se
non riceviamo consolazioni divine o ne proviamo raramente;
perché non cerchiamo la compunzione del cuore e non
respingiamo del tutto le vane consolazioni che vengono dal di
fuori. Riconosci di essere indegno della consolazione divina,
e meritevole piuttosto di molte sofferenze, Quando uno è
pienamente compunto in se stesso, ogni cosa di questo mondo
gli appare pesante e amara. L'uomo retto, ben trova motivo di
pianto doloroso. Sia che rifletta su di sé o che vada
pensando agli altri, egli comprende che nessuno vive quaggiù
senza afflizioni; e quanto più severamente si giudica, tanto
maggiormente si addolora. Sono i nostri peccati e i nostri
vizi a fornire materia di giusto dolore e di profonda
compunzione; peccato e vizi dai quali siamo così avvolti e
schiacciati che raramente riusciamo a guardare alle cose
celesti. Se il nostro pensiero andasse frequentemente alla
morte, più che alla lunghezza della vita, senza dubbio ci
emenderemmo con maggior fervore. Di più, se riflettessimo nel
profondo del cuore alle sofferenze future dell'inferno e del
purgatorio, accetteremmo certamente fatiche e dolori, e non
avremmo paura di un duro giudizio. Invece queste cose non
penetrano nel nostro animo; perciò restiamo attaccati alle
dolci mollezze, restiamo freddi e assai pigri. Spesso,
infatti, è sorta di spirituale povertà quella che facilmente
invade il nostro misero corpo. Prega dunque umilmente il
Signore che ti dia lo spirito di compunzione; e di', con il
profeta: nutrimi, o Signore, "con il pane delle lacrime;
dammi, nelle lacrime, copiosa bevanda" (Sal 79,6).
Capitolo
XXII
LA
MEDITAZIONE DELLA MISERIA UMANA
1.
Dovunque tu sia e dovunque ti volga, sei sempre misera
cosa; a meno che tu non ti volga tutto a Dio. Perché resti
turbato quando le cose non vanno secondo la tua volontà e il
tuo desiderio? Chi è colui che tutto ha secondo il suo
beneplacito? Non io, non tu, né alcun altro su questa terra.
Non c'è persona al mondo, anche se è un re o un papa, che
non abbia qualche tribolazione o afflizione. E chi è dunque
che ha la parte migliore? Senza dubbio colui che è capace di
sopportare qualche male per amore di Dio. Dice molta gente,
debole e malata nello spirito: guarda che vita beata conduce
quel tale; come è ricco e grande, come è potente e come è
salito in alto! Ma, se poni mente ai beni eterni, vedrai che
tutte queste cose passeggere sono un nulla, anzi qualcosa di
molto insicuro e particolarmente gravoso, giacché le cose
temporali non si possono avere senza preoccupazioni e paure.
Per la felicità non occorre che l'uomo possieda beni terreni
in sovrabbondanza; basta averne una modesta quantità, giacché
la vita di quaggiù è veramente una misera cosa. Quanto più
uno desidera elevarsi spiritualmente, tanto più la vita
presente gli appare amara, perché constata pienamente le
deficienze dovute alla corrotta natura umana. Invero mangiare,
bere, star sveglio, dormire, riposare, lavorare, e dover
soggiacere alle altre necessità che ci impone la nostra
natura, tutto ciò, in realtà, è una miseria grande e un
dolore per l'uomo religioso; il quale amerebbe essere sciolto
e libero da ogni peccato. In effetti l'uomo che vive
interiormente si sente schiacciato, come sotto un peso, dalle
esigenze materiali di questo mondo; ed è perciò che il
profeta prega fervorosamente di essere liberato, dicendo:
"Signore, toglimi da queste necessità" (Sal 24,17).
2.
Guai a quelli che non riconoscono la loro miseria.
Guai, ancor più, a quelli che amano questa vita miserabile e
destinata a finire; una vita alla quale tuttavia certa gente -
anche se, lavorando o elemosinando, mette insieme appena
appena il necessario - si abbarbica, come se potesse restare
quaggiù in eterno, senza darsi pensiero del regno di Dio.
Gente pazza, interiormente priva di fede; gente sommersa dalle
cose terrene, tanto da gustare solo ciò che è materiale.
Alla fine, però, constateranno, con pena, quanto poco
valessero - anzi come fossero un nulla - le cose che avevano
amato. Ben diversamente, i santi di Dio, e tutti i devoti
amici di Cristo; essi non andavano dietro ai piaceri del corpo
o a ciò che rende fiorente questa vita mortale. La loro
anelante tensione e tutta la loro speranza erano per i beni
eterni; il loro desiderio - per non essere tratti al basso
dall'attaccamento alle cose di quaggiù - si elevava
interamente alle cose invisibili, che non vengono meno. O
fratello, non perdere la speranza di progredire
spiritualmente; ecco, ne hai il tempo e l'ora. Perché,
dunque, vuoi rimandare a domani il tuo proposito? Alzati, e
comincia all'istante, dicendo: è questo il momento di agire;
è questo il momento di combattere; è questo il momento
giusto per correggersi. Quando hai dolori e tribolazioni,
allora è il momento per farti dei meriti. Giacché occorre
che tu passi attraverso il "fuoco e l'acqua" prima
di giungere nel refrigerio (Sal 65,12). E se non farai
violenza a te stesso, non vincerai i tuoi vizi. Finché
portiamo questo fragile corpo, non possiamo essere esenti dal
peccato, né vivere senza molestie e dolori. Ben vorremmo aver
tregua da ogni miseria; ma avendo perduto, a causa del
peccato, la nostra innocenza, abbiamo perduto quaggiù anche
la vera felicità. Perciò occorre che manteniamo in noi una
ferma pazienza, nell'attesa della misericordia divina,
"fino a che sia scomparsa l'iniquità di questo
mondo" (Sal 56,2) e le cose mortali "siano assunte
dalla vita eterna" (2Cor 5,4).
3.
Tanto è fragile la natura umana che essa pende sempre
verso il vizio. Ti accusi oggi dei tuoi peccati e domani
commetti di nuovo proprio ciò di cui ti sei accusato. Ti
proponi oggi di guardarti dal male, e dopo un'ora agisci come
se tu non ti fossi proposto nulla. Ben a ragione, dunque,
possiamo umiliarci; né mai possiamo avere alcuna buona
opinione di noi stessi, perché siamo tanto deboli e
instabili. Inoltre, può andare rapidamente perduto per
negligenza ciò che a stento, con molta fatica, avevamo alla
fine raggiunto, per grazia di Dio. E che cosa sarà di noi
alla fine, se così presto ci prende la tiepidezza? Guai a
noi, se pretendessimo di riposare tranquillamente, come se già
avessimo raggiunto pace e sicurezza, mentre, nella nostra
vita, non si vede neppure un indizio di vera santità.
Occorrerebbe che noi fossimo di nuovo plasmati, quasi in un
buon noviziato, a una vita irreprensibile; in tal modo potremo
sperare di raggiungere un certo miglioramento e di conseguire
un maggior profitto spirituale.
Capitolo
XXIII
LA
MEDITAZIONE DELLA MORTE
1.
Ben presto la morte sarà qui, presso di te. Considera,
del resto, la tua condizione: l'uomo oggi c'è e domani è
scomparso; e quando è sottratto alla vista, rapidamente esce
anche dalla memoria. Quanto grandi sono la stoltezza e la
durezza di cuore dell'uomo: egli pensa soltanto alle cose di
oggi e non piuttosto alle cose future. In ogni azione, in ogni
pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi
stesso; ché, se avrai retta la coscienza, non avrai molta
paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che
sfuggire alla morte. Se oggi non sei preparato a morire, come
lo sarai domani? Il domani è una cosa non sicura: che ne sai
tu se avrai un domani? A che giova vivere a lungo, se
correggiamo così poco noi stessi? Purtroppo, non sempre una
vita lunga corregge i difetti; anzi spesso accresce
maggiormente le colpe. Magari potessimo passare santamente
anche una sola giornata in questo mondo. Molti fanno il conto
degli anni trascorsi dalla loro conversione a Dio; ma scarso
è sovente il frutto della loro emendazione. Certamente morire
è cosa che mette paura; ma forse è più pericoloso vivere a
lungo. Beato colui che ha sempre dinanzi agli occhi l'ora
della sua morte ed è pronto ogni giorno a morire. Se qualche
volta hai visto uno morire, pensa che anche tu dovrai passare
per la stessa strada. La mattina, fa conto di non arrivare
alla sera; e quando poi si farà sera non osare sperare nel
domani. Sii dunque sempre pronto; e vivi in tal modo che, in
qualunque momento, la morte non ti trovi impreparato.
2.
Sono molti coloro che muoiono in un istante,
all'improvviso; giacché "il Figlio dell'uomo verrà
nell'ora in cui non si pensa che possa venire" (Mt 24,44;
Lc 12,40). Quando sarà giunto quel momento estremo,
comincerai a giudicare ben diversamente tutta la tua vita
passata, e molto ti dorrai di esser stato tanto negligente e
tanto fiacco. Quanto é saggio e prudente l'uomo che, durante
la vita, si sforza di essere quale desidera esser trovato al
momento della morte! Ora, una piena fiducia di morire
santamente la daranno il completo disprezzo del mondo,
l'ardente desiderio di progredire nelle virtù, l'amore del
sacrificio, il fervore nella penitenza, la rinuncia a se
stesso e il saper sopportare ogni avversità per amore di
Cristo. Mentre sei in buona salute, molto puoi lavorare nel
bene; non so, invece, che cosa potrai fare quando sarai
ammalato. Giacché sono pochi quelli che, per il fatto di
essere malati, diventano più buoni; così come sono pochi
quelli che, per il fatto di andare frequentemente in
pellegrinaggio, diventano più santi. Non credere di poter
rimandare a un tempo futuro la tua salvezza, facendo
affidamento sui suffragi degli amici e dei parenti; tutti
costoro ti dimenticheranno più presto di quanto tu non creda.
Perciò, più che sperare nell'aiuto di altri, è bene
provvedere ora, fin che si è in tempo, mettendo avanti un po'
di bene. Ché, se non ti prendi cura di te stesso ora, chi poi
si prenderà cura di te? Questo è il tempo veramente
prezioso; sono questi i giorni della salvezza; è questo il
tempo che il Signore gradisce (2Cor 6,2). Purtroppo, invece,
questo tempo tu non lo spendi utilmente in cose meritorie per
la vita eterna. Verrà il momento nel quale chiederai almeno
un giorno o un'ora per emendarti; e non so se l'otterrai.
Ecco, dunque, mio caro, di quale pericolo ti potrai liberare,
a quale pericolo ti potrai sottrarre, se sarai stato sempre
nel timore di Dio, in vista della morte. Procura di vivere ora
in modo tale che, nell'ora della morte, tu possa avere
letizia, anziché paura; impara a morire al mondo, affinché
tu cominci allora a vivere con Cristo; impara ora a
disprezzare ogni cosa, affinché tu possa allora andare
liberamente a Cristo; mortifica ora il tuo corpo con la
penitenza, affinché tu passa allora essere pieno di fiducia.
3.
Stolto, perché vai pensando di vivere a lungo, mentre
non sei sicuro di avere neppure una giornata? Quante persone
sono state ingannate, inaspettatamente tolte a questa vita!
Quante volte hai sentito dire che uno è morto di ferite e un
altro è annegato; che uno, cadendo dall'alto, si è rotto la
testa; che uno si è soffocato mentre mangiava e un altro è
morto mentre stava giocando? Chi muore per fuoco, chi per
spada; chi per una pestilenza, chi per un assalto dei predoni.
Insomma, comunque destino è la morte; e passa rapidamente
come un'ombra la vita umana. Chi si ricorderà di te, dopo che
sarai scomparso, e chi pregherà per te? Fai, o mio caro, fai
ora tutto quello che sei in grado di fare, perché non conosci
il giorno della tua morte; né sai che cosa sarà di te dopo.
Accumula, ora, ricchezze eterne, mentre sei in tempo. Non
pensare a nient'altro che alla tua salvezza; preoccupati
soltanto delle cose di Dio. Fatti ora degli amici, venerando i
santi di Dio e imitando le loro azioni, "affinché ti
ricevano nei luoghi eterni, quando avrai lasciato questa
vita" (Lc 16,9). Mantienti, su questa terra, come uno che
è di passaggio; come un ospite, che non ha a che fare con le
faccende di questo mondo. Mantieni libero il tuo cuore, e
rivolto al cielo, perché non hai stabile dimora quaggiù (Eb
13,14). Al cielo rivolgi continue preghiere e sospiri e
lacrime, affinché, dopo la morte, la tua anima sia degna di
passare felicemente al Signore. Amen.
Capitolo
XXIV
IL
GIUDIZIO DIVINO E LA PUNIZIONE DEI PECCATI
1. In ogni cosa tieni l'occhio fisso al termine finale; tieni l'occhio, cioè, a come comparirai dinanzi al giudice supremo; al giudice che vede tutto, non si lascia placare con doni, non accetta scuse; e giudica secondo giustizia (cfr. Is 11,4). Oh!, sciagurato e stolto peccatore, come potrai rispondere a Dio, il quale conosce tutto il male che hai fatto; tu che tremi talvolta alla vista del solo volto adirato di un uomo? Perché non pensi a quel che avverrà di te nel giorno del giudizio, quando nessuno potrà essere scagionato e difeso da altri, e ciascuno costituirà per se stesso un peso anche troppo grave? E' adesso che la tua fatica è producente; è adesso che il tuo pianto e il tuo sospiro possono piacere a Dio ed essere esauditi; è adesso che il tuo dolore può ripagare il male compiuto e renderti puro.
3.
Devi darti da fare adesso, e piangere i tuoi peccati,
per poter essere senza pensiero nel giorno del giudizio. In
quel giorno, infatti, i giusti staranno in piena tranquillità
in faccia a coloro che li oppressero (Sap 5,1) e li
calpesteranno. Starà come giudice colui che ora si sottomette
umilmente al giudizio degli uomini. In quel giorno, grande
speranza avranno il povero e l'umile, e sarà pieno di paura
il superbo; apparirà che è stato saggio in questo mondo
colui che ha saputo essere stolto e disprezzato per amore di
Cristo. In quel giorno sarà cara ogni tribolazione che sia
stata sofferta pazientemente, e "ogni iniquità chiuderà
la sua bocca" (Sal 106,42); l'uomo pio sarà nella gioia,
mentre sarà nel dolore chi è vissuto senza fede. In quel
giorno il corpo tribolato godrà più che se fosse stato
nutrito di delizie; risplenderà la veste grossolana e quella
fine sarà oscurata; una miserabile dimora sarà più ammirata
che un palazzo dorato. In quel giorno una pazienza che non sia
venuta mai meno, gioverà più che tutta la potenza della
terra; la schietta obbedienza sarà glorificata più che tutta
l'astuzia del mondo. In quel giorno la pura e retta coscienza
darà più gioia che la erudita dottrina; il disprezzo delle
ricchezze varrà di più che i tesori di tutti gli uomini. In
quel giorno avrai maggior gioia da una fervente preghiera che
da un pranzo prelibato; trarrai più gioia dal silenzio che
avrai mantenuto, che da un lungo parlare. In quel giorno le
opere buone varranno di più che le molte parole; una vita
rigorosa è una dura penitenza ti saranno più care di ogni
piacere di questa terra.
4.
Impara a patire un poco adesso, affinché allora tu
possa essere liberato da patimenti maggiori. Prova te stesso
prima, quaggiù, per sapere di che cosa sarai capace allora.
Se adesso sai così poco patire, come potrai sopportare i
tormenti eterni? Se adesso un piccolo patimento ti rende così
incapace di sopportazione, come ti renderà la Geenna? Ecco,
in verità, non le puoi avere tutte e due, queste gioie:
godere in questa vita e poi regnare con Cristo. Che ti
gioverebbe, se, fino ad oggi, tu fossi sempre vissuto tra gli
onori e i piaceri, e ora ti accadesse di morire
improvvisamente? Tutto, dunque, è vanità, fuorché amare
Iddio e servire a Lui solo. E perciò, colui che ama Dio con
tutto il suo cuore non ha paura né della morte, né della
condanna, né del giudizio, né dell'inferno. Un amore
perfetto porta con tutta sicurezza a Dio; chi invece continua
ad amare il peccato ha paura e - ciò non fa meraviglia -
della morte e del giudizio. Se poi non hai ancora amore
bastante per star lontano dal male, è bene che almeno la
paura dell'inferno ti trattenga; in effetti, chi non tiene nel
giusto conto il timore di Dio non riuscirà a mantenersi a
lungo nella via del bene, ma cadrà ben presto nei lacci del
diavolo.
Capitolo
XXV
CORREGGERE
FERVOROSAMENTE TUTTA LA NOSTRA VITA
1.
Che tu sia attento e preciso, nel servire Iddio;
ripensa frequentemente alla ragione per la quale sei venuto
qui, lasciando il mondo. Non è stato forse per vivere in Dio
e farti tutto spirito? Che tu sia, dunque, fervoroso, giacché
in breve tempo sarai ripagato dei tuoi sforzi; né avrai più,
sul tuo orizzonte, alcun timore e dolore faticherai qui per un
poco, e poi troverai una grande pace, anzi, una gioia
perpetua. Se sarai costante nella fede e fervoroso nelle
opere, Dio, senza dubbio, sarà giusto e generoso nella
ricompensa. Che tu mantenga la santa speranza di giungere alla
vittoria, anche se non è bene che tu ne abbia alcuna
sicurezza, per non cadere in stato di torpore o di
presunzione. Una volta, un tale, dibattuto interiormente tra
il timore e la speranza, sfinito dal doloro, si prostrò in
chiesa davanti ad un altare dicendo tra sé: "Oh! Se
sapessi di poter perseverare!". E subito, di dentro, udì
una risposta, che veniva da Dio: "Perché, se tu sapessi
di poter perseverare, che cosa vorresti fare? Fallo adesso,
quello che vorresti fare, e sarai del tutto tranquillo".
Allora, rasserenato e confortato, egli si affidò alla volontà
di Dio, e cessò in lui quella angosciosa incertezza; egli non
volle più cercar di sapere quel che sarebbe stato di lui in
futuro, e si diede piuttosto a cercare "quale fosse la
volontà del Signore: volontà di bene e di perfezione",
(Rm 12, 2) per intraprendere e portare a compimento ogni opera
buona. Dice il profeta: "Spera nel Signore e fa il bene;
abita la terra e nutriti delle sue ricchezze" (Sal 36,3).
2.
Una sola cosa è quella che distoglie molta gente dal
progresso spirituale e dal fervoroso sforzo di correzione: lo
sgomento di fronte agli ostacoli e l'asprezza di questa lotta.
Invero avanzano nelle virtù coloro che si sforzano di
superare virilmente ciò che è per essi più gravoso, e che
più li contrasta; giacché proprio là dove più si vince se
stessi, mortificandosi nello spirito, più si guadagna, e
maggior grazia si ottiene. Certo che non tutti gli uomini
hanno pari forze per vincere se stessi e per mortificarsi.
Tuttavia, uno che abbia tenacia e buon volere, anche se le sue
passioni sono più violente, riuscirà a progredire più di un
altro, pur buono, ma meno fervoroso nel tendere verso le virtù.
Due cose giovano particolarmente al raggiungimento di una
totale emendazione: il fare violenza a se stessi,
distogliendosi dal male, a cui ciascuno è portato per natura;
e il chiedere insistentemente il bene spirituale di cui
ciascuno ha maggior bisogno. Inoltre tu devi fare in modo di
evitare soprattutto ciò che più spesso trovi brutto in
altri. Da ogni parte devi saper trarre motivo di profitto
spirituale. Così, se ti capita di vedere o di ascoltare dei
buoni esempi, devi ardere dal desiderio di imitarli; se,
invece, ti pare che qualcosa sia degno di riprovazione, devi
guardarti dal fare altrettanto; se talvolta l'hai fatto,
procura di emendarti. Come il tuo occhio giudica gli altri,
così, a tua volta, sarai giudicato tu dagli altri. Quale
gioia e quale dolcezza, vedere dei frati pieni di fervore e di
devozione, santi nella vita interiore e nella loro condotta;
quale tristezza, invece, e quale dolore, vedere certi frati,
che vanno di qua e di là, disordinatamente, tralasciando di
praticare proprio ciò per cui sono stati chiamati! Gran danno
procura, questo dimenticarsi delle promesse della propria
vocazione, volgendo i desideri a cose diverse da quelle che ci
vengono ordinate.
3.
Ricordati della decisione che hai presa, e poni dinanzi
ai tuoi occhi la figura del crocifisso. Riflettendo alla vita
di Gesù Cristo, avrai veramente di che vergognarti, ché non
hai ancora cercato di farti più simile a lui, pur essendo
stato per molto tempo nella vita di Dio. Il monaco che si
addestra con intensa devozione sulla vita santissima e sulla
passione del Signore, vi troverà in abbondanza tutto ciò che
gli può essere utile e necessario; e non dovrà cercare nulla
di meglio, fuor di Gesù. Oh, come saremmo d'un colpo
pienamente addottrinati se avessimo nel nostro cuore Gesù
crocifisso! Il monaco pieno di fervore sopporta ogni cosa
santamente e accetta ciò che gli viene imposto; invece quello
negligente e tiepido trova una tribolazione sull'altra ed è
angustiato per ogni verso, perché gli manca la consolazione
interiore, e quella esterna gli viene preclusa. Il monaco che
vive fuori della regola va incontro a piena rovina. Infatti
chi tende ad una condizione piuttosto libera ed esente da
disciplina sarà sempre nell'incertezza, poiché ora non gli
andrà una cosa, ora un'altra. Come fanno gli altri monaci,
così numerosi, che vivono ben disciplinati dalla regola del
convento? Escono di rado e vivono liberi da ogni cosa;
mangiano assai poveramente e vestono panni grossolani;
lavorano molto e parlano poco; vegliano fino a tarda ora e si
alzano per tempo; pregano a lungo, leggono spesso e si
comportano strettamente secondo la regola. Guarda i Certosini,
i Cistercensi, e i monaci e le monache di altri Ordini, come
si alzano tutte le notti per cantare le lodi di Dio. Ora,
sarebbe vergognoso che, in una cosa tanto meritoria, tu ti
lasciassi prendere dalla pigrizia, mentre un grandissimo
numero di monaci comincia i suoi canti di gioia, in unione con
Dio. Oh!, se noi non avessimo altro da fare che lodare il
Signore, nostro Dio, con tutto il cuore e con tutta la nostra
voce. Oh!, se tu non avessi mai bisogno di mangiare, di bere,
di dormire; e potessi invece, lodare di continuo il Signore, e
occuparti soltanto delle cose dello spirito. Allora saresti più
felice di adesso, che sei al servizio del tuo corpo per varie
necessità. E volesse il Cielo che non ci fossero, queste
necessità, e ci fossero soltanto i pasti spirituali
dell'anima, che purtroppo gustiamo ben di rado.
4.
Quando uno sarà giunto a non cercare il proprio
conforto in alcuna creatura, allora egli comincerà a gustare
perfettamente Dio; allora accetterà di buon grado ogni cosa
che possa succedere; allora non si rallegrerà, o rattristerà,
per il molto o il poco che possieda. Si rimetterà del tutto e
con piena fiducia in Dio: in Dio, che per lui sarà tutto, in
ogni circostanza; in Dio, agli occhi del quale nulla muove o
va interamente perduto; in Dio, e per il quale ogni cosa vive,
servendo senza esitazione al suo comando. Abbi sempre presente
che tutto finisce e che il tempo perduto non ritorna. Non
giungerai a possedere forza spirituale, se non avrai
sollecitudine e diligenza. Se comincerai ad essere
spiritualmente malato. Se invece ti darai tutto al fervore,
troverai una grande pace, e sentirai più lieve la fatica, per
la grazia di Dio e per la forza dell'amore. Tutto può, l'uomo
fervido e diligente. Impresa più grande delle sudate fatiche
corporali è quella di vincere i vizi e di resistere alle
passioni. E colui che non sa evitare le piccole mancanze,
cade, a poco a poco, in mancanze maggiori. Sarai sempre
felice, la sera, se avrai spesa la giornata fruttuosamente.
Vigila su te stesso, scuoti e ammonisci te stesso; checché
facciano gli altri, non dimenticare te stesso. Il tuo
progresso spirituale sarà pari alla violenza che avrai fatto
a te stesso. Amen.
FINISCONO LE ESORTAZIONI UTILI
PER LA VITA DELLO SPIRITO
![]()