Un'anima
dannata racconta...
IMPRIMATUR
E Vicariatu Urbis,
die 9 aprilis 1952
Aloysius Traglia
Archiep. Caesarien. Vicesgerens
Clara
e Annetta, giovanissime, lavoravano in una Ditta commerciale a ***
(Germania).
Non erano legate da
profonda amicizia, ma da semplice cortesia. Lavoravano ogni giorno
l'una accanto all'altra e non poteva mancare uno scambio di idee.
Clara si dichiarava apertamente religiosa e sentiva il dovere
d'istruire e richiamare Annetta, quando questa si dimostrava leggera e
superficiale in fatto di religione.
Trascorsero qualche
tempo assieme; poi Annetta contrasse matrimonio e si allontanò dalla
Ditta. Nell'autunno di quell'anno. Clara trascorreva le vacanze in
riva al lago di Garda. Verso la metà di settembre la mamma le mandò
dal paese natìo una lettera: «E’ morta Annetta E’ rimasta vittima di
un incidente automobilistico. L' hanno sepolta ieri nel "Waldfriedhof'».
La notizia spaventò la
buona signorina, sapendo che l'amica non era stata tanto religiosa. -
Era preparata a presentarsi davanti a Dio? ... Morendo all'improvviso,
come si sarà trovata ?... -
L'indomani ascoltò la S.
Messa e fece anche la Comunione in suo suffragio, pregando
fervorosamente. La notte, dieci minuti dopo la mezzanotte, ebbe luogo
la visione...
"Clara. non pregare
per me! Sono dannata! Se te lo comunico e te ne riferisco piuttosto
lungamente. non credere che ciò avvenga a titolo d'amicizia. Noi qui
non amiamo più nessuno. Lo faccio come costretta. Lo faccio come
"parte di quella potenza che sempre vuole il male e opera il bene".
In verità vorrei vedere
anche te approdare a questo stato, dove io ormai ho gettato l'ancora
per sempre.
Non stizzirti di questa
intenzione. Qui,noi pensiamo tutti cosi. La nostra volontà è
impietrita nel male in ciò che voi appunto chiamate "male" -. Anche
quando noi facciamo qualche cosa di "bene", come io ora spalancandoti
gli occhi sull'Inferno, questo non avviene con buona intenzione.
Ti ricordi ancora che
quattro anni fa ci siamo conosciute a **** Contavi allora 23 anni e ti
trovavi colà già da mezz'anno quando ci arrivai io.
Tu mi hai levata da
qualche impiccio; come a principiante, mi hai dato dei buoni
indirizzi. Ma che vuol dire "buono"?
Io lodavo il tuo "amore
del prossimo". Ridicolo! Il tuo soccorso derivava da pura civetteria,
come, del resto, io sospettavo già fin d'allora. Noi non conosciamo
qui nulla di buono. In nessuno.
Il tempo della mia
giovinezza lo conosci. Certe lacune le riempio qui.
Secondo il piano dei
miei genitori, a dire il vero, non sarei neanche dovuta
esistere."Capitò loro appunto una disgrazia". Le mie due sorelle
contavano già 14 e 15 anni, quando io tendevo alla luce.
Non fossi mai esistita!
Potessi ora annientarmi, sfuggire a questi tormenti! Nessuna voluttà
uguaglierebbe quella con cui lascerei la mia esistenza; come un
vestito di cenere, che si perde nel nulla.
Ma io devo esistere.
Devo esistere così, come mi sono fatta io: con una esistenza fallita.
Quando papà e mamma,
ancora giovani, si trasferirono dalla campagna in città, ambedue
avevano perduto il contatto con la Chiesa. E fu meglio così.
Simpatizzarono con la
gente non legata alla Chiesa. Si erano conosciuti in un ritrovo
danzante e mezz'anno dopo "dovettero"sposarsi.
Nella cerimonia nuziale
rimase attaccata a loro tant'acqua santa, che la mamma si recava in
chiesa alla Messa domenicale un paio di volte l'anno. Non mi ha mai
insegnato a pregare davvero. Si esauriva nella cura quotidiana della
vita, benché la nostra situazione non fosse disagiata.
Parole, come Messa,
istruzione religiosa, Chiesa, le dico con una ripugnanza interna senza
pari. Aborrisco tutto questo, come odio chi frequenta la Chiesa e in
genere tutti gli uomini e tutte le cose.
Da tutto, infatti, ci
deriva tormento. Ogni cognizione ricevuta in punto di morte, ogni
ricordo di cose vissute o sapute, è per noi una fiamma pungente.
E tutti i ricordi ci
mostrano quel lato che in essi era grazia e che noi sprezzammo. Quale
tormento è questo! Noi non mangiamo, non dormiamo, non camminiamo coi
piedi. Spiritualmente incatenati, guardiamo inebetiti "con urla e
stridor di denti" la nostra vita andata in fumo: odiando e tormentati!
Senti? Noi qui beviamo
l'odio come acqua. Anche l'uno verso l'altro.
Soprattutto noi odiamo
Dio. Te lo voglio rendere comprensibile.
I Beati in Cielo devono
amarlo, perché essi lo vedono senza velo, nella sua bellezza
abbagliante. Ciò li beatifica talmente, da non poterlo descrivere. Noi
lo sappiamo e questa cognizione ci rende furibondi.
Gli uomini in terra, che
conoscono Dio dalla creazione e dalla rivelazione, possono amarlo; ma
non ne sono costretti.
Il credente - lo dico
digrignando i denti - il quale, meditabondo, contempla Cristo in
croce, con le braccia stese, finirà con l'amarlo.
Ma colui, al quale Dio
si avvicina solo nell'uragano, come punitore, come giusto vendicatore,
perché un giorno fu da lui ripudiato, come avvenne di noi. Costui non
può che odiarlo, con tutto l'impeto della sua malvagia volontà,
eternamente, in forza della libera accettazione con la quale, morendo,
abbiamo esalato l'anima nostra e che neppure ora ritiriamo e non
avremo mai la volontà di ritirarla.
Comprendi ora perché
l'Inferno dura eternamente? Perché la nostra ostinazione giammai si
scioglierà da noi.
Costretta, aggiungo che
Dio è misericordioso persino verso di noi. Dico "costretta", poiché
anche se dico queste cose volutamente, pure non mi è permesso di
mentire, come volentieri vorrei. Molte cose le affermo contro la mia
volontà. Anche la foga d'improperi, che vorrei vomitare, la devo
strozzare.
Dio fu misericordioso
verso di noi col non lasciare esaurire sulla terra la nostra malvagia
volontà, come noi saremmo stati pronti a fare. Ciò avrebbe aumentato
le nostre colpe e le nostre pene. Egli ci fece morire anzi tempo, come
me, o fece intervenire altre circostanze mitiganti.
Ora egli si dimostra
misericordioso verso di noi col non costringerci ad avvicinarci a lui
più di quanto lo siamo in questo remoto luogo infernale; ciò
diminuisce il tormento.
Ogni passo che mi
portasse più vicino a Dio, mi cagionerebbe una pena maggiore di quella
che a te recherebbe un passo più vicino ad un rogo ardente.
Ti sei spaventata,
quando io una volta, durante il passeggio, ti raccontai che mio padre,
pochi giorni avanti la tua prima Comunione, mi aveva detto:
"Annettina, cerca di meritarti un bel vestitino: il resto è una
montatura".
Per il tuo spavento
quasi mi sarei perfino vergognata. Ora ci rido sopra.
L'unica cosa ragionevole
in quella montatura era che ci si ammetteva alla Comunione solo a
dodici anni. Io allora ero abbastanza presa dalla mania dei
divertimenti mondani, così senza scrupoli mettevo in un canto le cose
religiose e non diedi grande importanza alla prima Comunione.
Che parecchi bambini
vadano ora alla Comunione già a sette anni, ci mette in furore. Noi
facciamo di tutto per dare ad intendere alla gente che ai bambini
manca una cognizione adeguata. Essi devono prima commettere alcuni
peccati mortali.
Allora la bianca
Particola non fa più in essi gran danno, come quando nei loro cuori
vivono ancora la fede, la speranza e la carità - puh! questa roba -
ricevute nel Battesimo. Ti ricordi come abbia già sostenuto sulla
terra questa opinione?
Ho accennato a mio
padre. Egli era sovente in lite con la mamma. Te ne feci allusione
solo raramente; me ne vergognavo. Cosa ridicola la vergogna del male!
Per noi qui tutto è lo stesso.
I miei genitori neanche
dormivano più nella medesima camera; ma io con la mamma e il papà
nella camera attigua, dove poteva rincasare liberamente a qualsiasi
ora. Beveva molto; in tal modo scialacquava il nostro patrimonio. Le
mie sorelle erano ambedue impiegate e abbisognavano esse stesse,
dicevano, del denaro che guadagnavano. La mamma cominciò a lavorare
per guadagnare qualche cosa.
Nell'ultimo anno di vita
papà batteva spesso la mamma, quando lei non gli voleva dar nulla.
Verso di me, invece, fu sempre amorevole. Un giorno - te l'ho
raccontato e tu, allora, ti sei urtata del mio capriccio (di che cosa
non ti sei urtata nei miei riguardi?) - un giorno dovette portare
indietro, per ben due volte, le scarpe comprate, perché la forma e i
tacchi non erano per me abbastanza moderni.
La notte in cui mio
padre fu colpito da apoplessia mortale, avvenne qualche cosa che io
per timore di una interpretazione disgustosa non riuscii a confidarti.
Ma ora devi saperlo. E’ importante per questo: allora per la prima
volta fui assalita dal mio spirito tormentatore attuale.
Dormivo in una camera
con mia madre: i suoi respiri regolari dicevano il suo profondo sonno.
Quand'ecco mi sento
chiamare per nome.
Una voce ignota mi
dice:. "Che sarà se muore papà?
Così risposi alla
misteriosa domanda.Senza darmi conto donde venisse: "Ma non muore
mica!".
Dopo una breve pausa, di
nuovo la stessa domanda chiaramente percepita. "Ma non muore mica!" mi
scappò ancora di bocca, bruscamente.
Per la terza volta fui
richiesta: "Che cosa sarà se muore tuo padre?". Mi si presentò alla
mente come papà spesso veniva a casa piuttosto ubriaco, strepitava,
maltrattava la mamma e come egli ci aveva messo in una condizione
umiliante dinanzi alla gente. Perciò gridai indispettita: "E gli sta
bene!". Allora tutto tacque. La mattina seguente, quando la mamma volle
mettere in ordine la stanza del babbo, trovò la porta chiusa a chiave.
Verso mezzogiorno si forzò la porta. Mio padre,mezzo vestito, giaceva
cadavere sul letto. Nell'andare a prendere la birra in cantina doveva
essersi buscato qualche accidente. Era già da lungo tempo malaticcio.
Marta K... e tu mi avete
indotta a entrare nell' Associazione delle Giovani. Veramente
non ho mai nascosto che trovavo abbastanza intonate con la moda
parrocchiale le istruzioni delle due direttrici, le signore X...
I giuochi erano
divertenti. Come sai, vi ebbi subito una parte direttiva. Ciò mi
andava a genio.
Anche le gite mi
piacevano. Mi lasciai perfino indurre alcune volte ad andare alla
Confessione e alla Comunione.
A dire il vero, non
avevo nulla da confessare. Pensieri e discorsi per me non avevano
importanza. Per azioni più grossolane, non ero abbastanza corrotta.
Tu mi ammonisti una
volta: "Anna, se non preghi, vai alla perdizione!".
Io pregavo davvero poco
e anche questo, solo svogliatamente.
Allora tu avevi
purtroppo ragione. Tutti coloro che bruciano nell'Inferno non hanno
pregato o non hanno pregato abbastanza.
La devozione a Lei
strappa al demonio innumerevoli anime, che il peccato gli
consegnerebbe infallibilmente nelle mani.
Proseguo il racconto
consumandomi d’ira. E' solo perché devo. Pregare è la cosa più facile
che l'uomo possa fare sulla terra. E proprio a questa cosa facilissima
Dio ha legato la salvezza di ognuno.
A chi prega con
perseveranza Egli a poco a poco dà tanta luce, lo fortifica in maniera
tale, che alla fine anche il peccatore più impantanato si può
definitivamente rialzare. Fosse pure ingolfato nella melma fino al
collo.
Negli ultimi tempi della
mia vita non ho più pregato come di dovere e così mi sono privata
delle grazie, senza le quali nessuno può salvarsi.
Qui non riceviamo più
nessuna grazia. Anzi, quand'anche le ricevessimo, le rifiuteremmo
cinicamente. Tutte le fluttuazioni dell'esistenza terrena sono cessate
in quest'altra vita.
Da voi sulla terra
l'uomo può salire dallo stato di peccato allo stato di Grazia e dalla
Grazia cadere nel peccato, spesso per debolezza, talvolta per malizia.
Con la morte questo
salire e scendere finisce, perché ha la sua radice nella imperfezione
dell'uomo terreno. Ormai abbiamo raggiunto lo stato finale.
Già col crescere degli
anni i cambiamenti divengono più rari. E’ vero, fino alla morte si può
sempre rivolgersi a Dio o rivolgergli le spalle. Eppure, quasi
trascinato dalla corrente, l'uomo, prima del trapasso, con gli ultimi
deboli resti della volontà, si comporta come era abituato in vita.
La consuetudine, buona o
cattiva, diviene una seconda natura. Questa lo trascina con sé.
Cosi avvenne anche a me.
Da anni vivevo lontana da Dio. Per questo nell'ultima chiamata della
Grazia mi risolvetti contro Dio.
Non fu il fatto che
peccassi spesso a esser fatale per me, ma che io non volli più
risorgere.
Tu mi hai più volte
ammonita di ascoltare le prediche, di leggere libri di pietà.
"Non ho tempo", era la
mia risposta ordinaria. Non ci mancava altro per aumentare la mia
incertezza interna!
Del resto devo
constatare questo: dal momento che la cosa era ormai cosi avanzata,
poco prima della mia uscita dall' Associazione delle Giovani,
mi sarebbe riuscito enormemente gravoso mettermi su un'altra via. Io
mi sentivo malsicura ed infelice. Ma davanti alla conversione si
ergeva una muraglia.
Tu non lo devi aver
sospettato. Tu te l'eri rappresentata così semplice, quando un giorno
mi dicesti: "Ma fa una buona confessione, Anna, e tutto è a posto".
Io sentivo che sarebbe
stato così. Ma il mondo, il demonio, la carne mi tenevano già troppo
saldamente nei loro artigli.
Soltanto molte
preghiere, di altri e di me stessa, congiunte con sacrifici e
sofferenze, mi avrebbero potuta strappare da lui. E anche ciò, a poco
a poco. Se ci sono pochi ossessi esternamente, di ossessi internamente
ce n'è un formicaio. Il demonio non può rapire la libera volontà a
coloro che si danno al suo influsso. Ma in pena della loro, per dir
così, metodica apostasia da Dio, questi permette che il "maligno" si
annidi in essi.
lo odio anche il
demonio. Eppure egli mi piace, perché cerca di rovinare voialtri; odio
lui e i suoi satelliti, gli spiriti caduti con lui al principio del
tempo.
Essi si contano a
milioni. Girovagano per la terra, densi come uno sciame di moscerini,
e voi neanche ve ne accorgete.
Non tocca a noi
riprovati di tentarvi; questo è ufficio degli spiriti decaduti.
Veramente ciò accresce
ancor più il tormento ogni volta che essi trascinano quaggiù all'Inferno
un'anima umana. Ma che cosa non fa l'odio?
Benché io camminassi per
sentieri lontani da Dio, Dio mi seguiva.
Preparavo la via alla
Grazia con atti di carità naturale, che compivo non di rado per
inclinazione del mio temperamento.
Talvolta Dio mi attirava
in una chiesa. Allora sentivo come una nostalgia. Quando curavo la
mamma malaticcia, nonostante il lavoro d'ufficio durante il giorno, e
in certo modo mi sacrificavo davvero, questi allettamenti di Dio
agivano potentemente.
Una volta, nella chiesa
dell'ospedale, in cui tu mi avevi condotta durante la pausa del
mezzogiorno, mi venne qualcosa addosso che sarebbe bastato un solo
passo per la mia conversione: io piansi!
Ma poi la gioia del
mondo passava di nuovo come un torrente sopra la Grazia.
Il grano soffocava tra
le spine.
Una volta tu mi
rimproverasti perché invece di una genuflessione fino a terra, feci
appena un informe inchino, piegando il ginocchio. Tu Io ritenesti un
atto di pigrizia. Non sembrasti neppur sospettare
che io fin d'allora non
credevo più nella presenza di Cristo nel Sacramento.
Ora ci credo, ma solo
naturalmente,come si crede in un temporale di cui si scorgono gli
effetti.
Intanto mi ero
accomodata io stessa una religione a mio modo.
Sostenevo l'opinione,
che da noi in ufficio era comune, che l'anima dopo la morte risorga in
un altro essere. In tal modo continuerebbe a pellegrinare senza fine.
Con ciò l'angosciosa
questione dell'al di là era insieme messa a posto e resa a me innocua.
Perché tu non mi hai
ricordato la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, in cui
il narratore, Cristo, manda, immediatamente dopo la morte, l'uno
all'Inferno e l'altro in Paradiso?... Del resto, che cosa avresti
ottenuto? Nulla di più che con gli altri tuoi discorsi di bigottismo!
A poco a poco mi creai
io stessa un Dio; sufficientemente dotato da essere chiamato Dio;
lontano abbastanza da me, da non dover mantenere nessuna relazione con
lui; vago abbastanza da lasciarsi, secondo il bisogno, senza mutar la
mia religione, paragonare a un dio panteistico del mondo, oppure da
lasciarsi poetizzare come un dio solitario. Questo Dio non aveva
nessun Inferno da infliggermi. Lo lasciavo in pace. In ciò consisteva
la mia adorazione per Lui.
Ciò che piace si crede
volentieri. Nel corso degli anni mi tenni abbastanza convinta della
mia religione. In questo modo si poteva vivere.
Una cosa soltanto mi
avrebbe spezzato la cervice: un lungo, profondo dolore. E questo
dolore non venne!
Comprendi ora cosa vuol
dire: "Dio castiga quelli che ama!"
Era una domenica di
luglio, quando l'Associazione delle Giovani organizzò una gita
a * * *. La gita mi sarebbe piaciuta. Ma questi insulsi discorsi, quel
fare da bigotti!
Un altro simulacro ben
diverso da quello della Madonna di * * * stava da poco tempo
sull'altare del mio cuore. L'aitante Max N...
del negozio attiguo. Poco tempo prima avevamo scherzato assieme più
volte.
Appunto per quella
domenica egli mi aveva invitata ad una gita. Quella con cui andava di
solito, giaceva malata all'ospedale.
Egli aveva ben capito
che gli avevo messo gli occhi addosso. Sposarlo non ci pensavo allora.
Era bensì agiato, ma si comportava troppo gentilmente con tutte le
ragazze. E io, fino a quel tempo, volevo un uomo che appartenesse
unicamente a me. Non solo essere moglie, ma moglie unica. Un certo
galateo naturale, infatti, l'ebbi sempre.
Nella su accennata gita
Max si profuse in gentilezze. Eh! già, non si tennero mica delle
conversazioni pretesche come tra voialtre!
La tua prima domanda fu:
"Sei stata alla Messa?". Sciocchina! Come potevo, dato che la partenza
era già fissata per le sei?!
Sai ancora come io,
eccitata, aggiunsi: "Il buon Dio non ha una mentalità così piccina
come i vostri pretacci!".
Ora devo confessare:
Dio, nonostante la sua infinita bontà, pesa le cose con maggior
precisione che tutti i preti.
Dopo quella giornata con
Max, venni ancora una volta nell'Associazione: a Natale, per la
celebrazione della festa. C'era qualche cosa che mi allettava a
tornare. Ma internamente mi ero già allontanata da voialtre.
Cinema, ballo, gite si
avvicendavano senza tregua. Max e io bisticciammo alcune volte, ma
seppi incatenarlo di nuovo a me.
Molestissirna mi riuscì
l'altra amante, che tornata dall'ospedale si comportò come un'ossessa.
Veramente per mia fortuna: poiché la mia nobile calma fece potente
impressione su Max, che fini col decidere che io fossi la preferita.
Avevo saputo
rendergliela odiosa, parlando freddamente: all'esterno positiva,
nell'interno vomitando veleno. Tali sentimenti e tale contegno
preparano eccellentemente per l'Inferno. Sono diabolici nel più
stretto senso della parola.
Perché ti racconto ciò?
Per riferire come io mi staccai definitivamente da Dio.
Non già del resto, che
tra me e Max si fosse arrivati molto spesso fino agli estremi della
familiarità. Comprendevo che mi sarei abbassata ai suoi occhi, se mi
fossi lasciata andare del tutto, prima del tempo; perciò mi seppi
trattenere.
Ma in sé, ogni volta che
lo ritenevo utile, ero sempre pronta a tutto. Dovevo conquistare Max.
A tale scopo nulla era troppo caro. Inoltre, a poco a poco, ci amavamo
possedendo ambedue non poche preziose qualità, che ci facevano stimare
vicendevolmente. lo ero abile, capace, di piacevole compagnia. Così mi
tenni saldamente in mano Max e riuscii, almeno negli ultimi mesi prima
del matrimonio, a essere l'unica a possederlo.
"MI RITENEVO
CATTOLICA..."
E’ questo che forma la
sua attrattiva. il suo stimolo e il suo veleno.
L"'adorazione", che io
tributavo a me stessa nella persona di Max, divenne per me religione
vissuta.
Era il tempo in cui in
ufficio mi scagliavo velenosa contro i chiesaioli, i preti, le
indulgenze, il biascichio dei rosari e simili sciocchezze.
Tu hai cercato, più o
meno argutamente, di prendere le difese di tali cose. Apparentemente,
senza sospettare che nel più intimo di me non si trattava, in verità,
di queste cose, io cercavo piuttosto un sostegno contro la mia
coscienza allora avevo bisogno di un tale sostegno per giustificare
anche con la ragione la mia apostasìa.
In fondo in fondo, mi
rivoltavo contro Dio. Tu non lo comprendesti; mi ritenevo ancora
cattolica. Volevo anzi essere chiamata così; pagavo perfino le tasse
ecclesiastiche. Una certa "contro-assicurazione", pensavo, non poteva
nuocere.
Le tue risposte può
darsi alle volte abbiano colpito nel segno. Su di me non facevano
presa, perché tu non dovevi avere ragione.
A causa di queste
relazioni falsate fra noi due, fu meschino il dolore del nostro
distacco, allorché ci separammo in occasione del mio matrimonio.
Prima dello sposalizio
mi confessai e comunicai ancora una volta. Era prescritto. lo e mio
marito su questo punto la pensavamo ugualmente. Perché non avremmo
dovuto compiere questa formalità? Anche noi la compimmo come le altre
formalità.
Voi chiamate indegna una
tale Comunione. Ebbene, dopo quella Comunione "indegna ", io
ebbi più calma nella coscienza. Del resto fu anche l'ultima.
La nostra vita coniugale
trascorreva, in genere, quanto mai in grande armonia. Su tutti i punti
di vista noi eravamo dello stesso parere. Anche in questo: che non
volevamo addossarci il peso dei figli. Veramente mio marito ne avrebbe
volentieri voluto uno; non di più, si capisce. Alla fine io seppi
distoglierlo anche da questo desiderio.
Vestiti, mobili di
lusso, ritrovi da tè, gite e viaggi in auto e simili distrazioni mi
importavano di più.
Fu un anno di piacere
sulla terra quello trascorso tra il mio sposalizio e la mia repentina
morte.
Ogni domenica andavamo
fuori in auto, oppure facevamo visite ai parenti di mio marito. Essi
galleggiavano alla superficie dell'esistenza, né più né meno di noi.
Internamente, si
capisce, non mi sentii mai felice, per quanto esternamente ridessi.
C'era sempre dentro di me qualche cosa d'indeterminato, che mi rodeva.
Avrei voluto che dopo la morte, la quale naturalmente doveva essere
ancora molto lontana, tutto fosse finito.
Ma è proprio cosi, come
un giorno, da bambina, sentii dire in una predica: che Dio premia ogni
opera buona che uno compie e, quando non la potrà ricompensare
nell'altra vita, lo farà sulla terra.
Inaspettatamente ebbi
un'eredità dalla zia Lotte. A mio marito riuscì felicemente di portare
il suo stipendio a una cifra notevole. Così potei sistemare la nuova
abitazione in modo attraente.
La religione non mandava
più che da lontano la sua voce, scialba, debole ed incerta.
I caffè della città, gli
alberghi, in cui andavamo durante i viaggi, non ci portavano
certamente a Dio.
Tutti coloro che
frequentavano quei luoghi, vivevano, come noi, dall'esterno
all'interno, non dall'interno all'esterno.
Se nei viaggi delle
ferie visitavamo qualche chiesa, cercavamo di ricrearci nel contenuto
artistico delle opere. L'alito religioso che spiravano, specialmente
quelle medioevali, sapevo neutralizzarlo col criticare qualche
circostanza accessoria: un frate converso impacciato o vestito in modo
non pulito, che ci faceva da cicerone; lo scandalo che dei monaci, i
quali volevano passare per pii, vendessero liquori; l'eterno scampanio
per le sacre funzioni, mentre non si tratta che di far soldi...
IL FUOCO DELL'INFERNO
Così seppi continuamente
scacciare da me la Grazia ogni volta che bussava.
Lasciavo libero sfogo al
mio malumore in modo particolare su certe rappresentazioni medioevali
dell'Inferno nei cimiteri o altrove. nelle quali il demonio arrostisce
le anime in braghe rosse e incandescenti, mentre i suoi compagni,
dalle lunghe code, gli trascinano nuove vittime. Clara! L'Inferno
si può sbagliare a disegnarlo, ma non si esagera mai!
Il fuoco
dell'Inferno l'ho sempre preso di mira in modo speciale. Tu lo sai
come durante un alterco, in proposito. ti tenni una volta un
fiammifero sotto il naso e ti dissi con sarcasmo: "Ha questo odore?".
Tu spegnesti in
fretta la fiamma. Qui non la spegne nessuno. lo ti dico: il fuoco di
cui si parla nella Bibbia, non significa tormento della coscienza.
Fuoco è fuoco! è da intendersi letteralmente ciò che ha detto Lui:
"Via da me, maledetti, nel fuoco eterno!". Letteralmente.
"Come può lo spirito
essere toccato da fuoco materiale", domanderai. Come può l'anima tua
soffrire sulla terra quando ti metti il dito sulla fiamma? Difatti non
brucia l'anima; eppure che tormento ne prova tutto l'individuo!
In modo analogo noi qui
siamo spiritualmente legati al fuoco, secondo la nostra natura e
secondo le nostre facoltà. L'anima nostra è priva del suo naturale
battito d'ala, noi non possiamo pensare ciò che vogliamo né come
vogliamo.
Non meravigliarti di
queste mie parole. Questo stato, che a voialtri non dice nulla mi
riarde senza consumarmi.
Il nostro maggior
tormento consiste nel sapere con certezza che noi non vedremo mai Dio.
Come può questo
tormentare tanto, dal momento che uno sulla terra rimane così
indifferente?
Fintanto che il coltello
giace sulla tavola, ti lascia fredda. Si vede quanto è affilato, ma
non lo si prova. Immergi il coltello nella carne e ti metterai a
gridare dal dolore.
Adesso noi sentiamo la
perdita di Dio, prima la pensavamo soltanto.
Non tutte le anime
soffrono in misura uguale.
Con quanta maggior
cattiveria e quanto più sistematicamente uno ha peccato, tanto più
grave pesa su di lui la perdita di Dio e tanto più lo soffoca la
creatura di cui ha abusato.
I cattolici dannati
soffrono di più che quelli di altre religioni, perché essi per lo più
ricevettero e calpestarono più grazie e più luce.
Chi più seppe, soffre
più duramente di chi conobbe meno. Chi peccò per malizia, patisce più
acutamente di chi cadde per debolezza.
Mai nessuno patisce più
di quello che ha meritato. Oh, se non fosse vero ciò, io avrei un
motivo d'odiare!
Tu mi dicesti un giorno
che nessuno va all'Inferno senza saperlo: ciò sarebbe stato rivelato a
una santa. lo me ne risi. Ma poi mi trincerai dietro questa
dichiarazione:
"Così in caso di
necessità rimarrà abbastanza tempo di fare una voltata", mi dicevo
segretamente.
Quel detto è giusto.
Veramente prima della mia subitanea fine, non conobbi l'Inferno com'è.
Nessun mortale lo conosce. Ma io ne avevo la piena coscienza: "Se
muori, te ne vai nel mondo di là dritta come una freccia contro Dio.
Ne porterai le conseguenze".
lo non feci
dietro-front, come ho già detto, perché trascinata dalla corrente
dell'abitudine, spinta da quella conformità per cui gli uomini, quanto
più invecchiano, tanto più agiscono in una stessa direzione.
La mia morte avvenne
così. Una settimana fa parlo secondo il vostro computo, perché,
rispetto al dolore, potrei dire benissimo che son già dieci anni che
brucio nell'Inferno. Una settimana fa, dunque, mio marito e io
facemmo di domenica una gita, l'ultima per me.
Il giorno era spuntato
radioso. Mi sentivo bene quanto mai. M'invase un sinistro sentimento
di felicità, che serpeggiò in me per tutta la giornata.
Quand'ecco
all'improvviso, nel ritorno, mio marito fu abbacinato da un'auto che
veniva di volata. Perdette il controllo.
"Jesses" mi scappò dalle
labbra con un brivido. Non come preghiera, solo come grido. Un dolore
straziante mi compresse tutta. In confronto con quello presente una
bagatella. Poi perdetti i sensi.
Strano! Quella mattina
era sorto in me, in modo inspiegabile, questo pensiero: "Tu potresti
ancora una volta andare a Messa". Suonava come un'implorazione.
Chiaro e risoluto, il
mio "no" trovò il filo dei pensieri. "Con queste cose bisogna farla
finita una volta. Mi addosso tutte le conseguenze!" - Ora le porto.
Ciò che avvenne dopo la
mia morte, già lo saprai. La sorte di mio marito, quella di mia madre,
ciò che accadde del mio cadavere e lo svolgimento del mio funerale mi
son noti nei loro particolari mediante cognizioni naturali che noi qui
abbiamo.
Quello, del resto, che
succede sulla terra, noi lo sappiamo solo nebulosamente. Ma ciò che in
qualche modo ci tocca da vicino, lo conosciamo. Così vedo anche dove
tu soggiorni.
Io stessa mi svegliai
improvvisamente dal buio, nell'istante del mio trapasso. Mi vidi come
inondata da una luce abbagliante.
Fu nel luogo medesimo
dove giaceva il mio cadavere. Avvenne come in un teatro, quando nella
sala d'un tratto si spengono le luci, il sipario si divide
rumorosamente e si apre una scena inaspettata orribilmente illuminata.
La scena della mia vita.
Come in uno specchio
l'anima mia si mostrò a se stessa. Le grazie calpestate dalla
giovinezza fino all'ultimo "no" di fronte a Dio.
lo mi sentii come un
assassino. al quale. durante il processo giudiziario, viene portata
dinanzi la sua vittima esanime. Pentirmi? Mai!... Vergognarmi? Mai!
Però non potevo neppure
resistere sotto gli occhi di Dio da me rigettato. Non mi rimaneva che
una cosa: la fuga.
Come Caino fuggi dal
cadavere di Abele, così l'anima mia fu spinta da quella vista di
orrore.
Questo fu il giudizio
particolare: l'invisibile Giudice disse: "Via da me!".
Allora la mia anima,
come un'ombra gialla di zolfo, precipitò nel luogo dell'eterno
tormento...
Conclude Clara:
La mattina, al suono
dell'Angelus, ancora tutta tremante per la notte spaventosa, mi alzai
e corsi per le scale nella cappella.
Il cuore mi pulsava
fin sulla gola. Le poche ospiti, inginocchiate vicino a me, mi
guardarono, ma forse pensarono che fossi così eccitata per la corsa
fatta
giù per le scale.
Una signora bonaria
di Budapest, che mi aveva osservato, mi disse dopo sorridendo: -
Signorina, il Signore vuol essere servito con calma, non di corsa!
Ma poi si accorse che
qualcosa d'altro mi aveva eccitato e mi teneva ancora in agitazione. E
mentre la signora mi rivolgeva altre buone parole, io pensavo: Dio
solo mi basta!
Sì, Egli solo mi deve
bastare in questa e nell'altra vita. Voglio un giorno poterlo godere
in Paradiso, per quanti sacrifici mi possa costare in terra. Non
voglio andare all'Inferno!
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