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le tradizioni a Roccasecca
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Il sapore delle cose buone non si è perso a Roccasecca; si
possono gustare le fettuccine, la trippetta, la minestra di
rape, fagioli e cotechino, "gliu iammonceglie arrosto", i
broccoletti fritti paesani accoppiati a grandi fette di pane
casareccio cotto ancora in forno a legna, il tutto innaffiato da
ottimo vino rosso locale.
Invece il vino bianco "pallagrello" o la "rattafia" si
accoppia bene con le "tesechelle" e le "sfogliate" delle
brave massaie pasticciere.
Al tradizionale mercato del
mercoledi fanno ancora buona mostra i prodotti locali dei
nostri artigiani.
L'arte dei "canestrari" è tra le più antiche a Roccasecca e
produce canestri, canestreile, ogni tipo di cesta,
confezionati con bianchi appositi vimini del Volturno. Nel
borgo vecchio molte botteghe sono state chiuse, ma quella
dei "setacci" ancora vive ed appare in ripresa.
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Soltanto cinquant’anni fa i
contadini della nostra terra usavano l’aratro di legno, con il
vomero d’acciao, tirato da due robusti buoi roccaseccani.
Questi nostri contadini lavoravano duramente per ottenere dalla
terra il massimo possibile, granturco, ovviamente ed ortaggi.
Come scrive l’Ascolano "erano rinomati gli ortaggi di
Roccasecca, specialmente i broccoletti ... * * * ...vangavano
duramente per giorni e giorni e mietevano con il falcetto, curvi
sotto il sole d’estate come ai tempi ... di Enea."
Il vino
ancora si otteneva mediante la spremitura dell’uva compiuta
a piedi nudi, con la partecipazione di tutta la famiglia
contadina, figli piccoli compresi, ed il bicchiere di vino
faceva parte della vita quotidiana di questi protagonisti,
una delle poche cose buone della dura e faticosa giornata.
Scrive ancora l’Ascolano: "Le uniche occasioni di festa
erano quelle religiose tradizionali, tra cui quella di S.
Tommaso il 7 marzo, di S. Pietro Martire protettore del
paese (ma anche dalla grandine e da altri malanni) il 29
aprile, dell’Assunta il 15 agosto e di S. Rocco il 16
agosto. Il mercato si svolgeva a Roccasecca centro ogni
mercoledì ed era anch’esso occasione di incontri e di
allegria. Dalla campagna ci si recava a piedi (le donne coi
canestri in testa) percorrendo diecine di chilometri tra
l’andata e il ritorno."

Moltissimi i tipi di artigianato ed i mestieri
particolarissimi presenti fino a qualche decennio fa a
Roccasecca ed ora andati quasi totalmente perduti.Tra gli
artigianii più comuni ricordiamo gli impagliatori (di sedie,
canestri, scope, etc.), i lavoratori in ceramiche e
terracotte (le cannate), in rame, in zinco, in ferro
battuto, in pietra, in legno, in cuoio, le ricamatrici, gli
arrotini, i fabbri.Tra i mestieri più rappresentativi, ormai
definitivamente scomparsi, vogliamo rammentarne due in
particolare, di cui abbiamo ancora un caro ricordo, seppur
sfumato nel tempo. Ci riferiamo a quel signore che ci
portava a domicilio i grossi tocchi di ghiaccio che
inserivamo nella ghiacciaia (il frigorifero era ancora un
bene esclusivamente americano) e la signora che, di prima
mattina, recava in bicicletta, casa per casa, quelle
meravigliose ricottine, poste nei caratteristici canestrini
di vimini, di varia foggia e misura, a seconda della forma
della ricotta. Un sapore che affiora ancora talvolta sulle
labbra, ma che sappiamo che difficilmente tornerà
In un
libro del Bonanni del 1925 sono riportati alcuni tipici capi
del vestiario femminile della Ciociaria:

" Il
mammacile, cioé
bambacile, era una tela sottilissima fatta di bambace, cui
veniva dato un colore quasi cenerino, a strisce larghe una
ventina di centimetri e molto lunghe, soffici quanto mai.
Servivano a coprire la testa alle signore di famiglie
civili; mentre le popolane portavano sul capo una tovaglia
bianchissima di lino. La vestitura delle donne in costume
antico era, nella forma, uguale pel ricco e pel povero; però
le signore portavano le vesti con galloni di argento e di
oro, oltre ad un grembiule di castoro rosso detto: panno
matelica (da Matelica?) parimenti con galloni d'oro.
I
cialoni, così detti
perché formavano quasi come un cielo di copertura sulle
donne, che ne usavano, ponendoseli sul capo, quando pioveva
e sulle spalle, attorno alla vita per ripararsi dal freddo.
Erano di lana nostrana e lavorati al telaio in forma meno
larga e più lunga, di circa un metro di larghezza e due di
lunghezza, a strisce uguali, larghe un cinque o sei
centimetri! Le donne lo portavano addosso avvolgendolo alle
spalle e tirando le estremità innanzi al petto. La
tramatura, come dicono, era così stretta e serrata, che non
c'era caso che trapassasse l’acqua od il freddo! Ora le sole
vecchie lo usano!
La
centa
- cinta - era un nastro
a vari colori, tessuto parimenti al telaio col lino, lungo
diversi metri, della larghezza di circa tre centimetri, che
le donne cingevano girandolo più volte attorno ai lombi in
giri sovrapposti per tenere strette le vesti alla vita."

"Gli
uomini usano camicia di canapa o lino, e calzone corto,
ossia dai lombi ai ginocchi, e fatto di cotone cecero, o di
tessuto di lana e canapa detto accordellata, giacchetta e
corpetto simile; un pannolino detto pezza ricopre la gamba
investendo anche il piede; alla cui pianta è sottoposta una
zona di cuoio grezzo, larga tredici centimetri, e poco più
lunga del piede stesso, chiamata ciocia, piegata a punta in
cima, e sostenuta, prima da spago, ora da corregge lunghe
così che venendo ad involgersi alla gamba ne fermano le
pezze, formandone, poi molti giri, quasi uno stivaletto. In
testa portano un cappello di lana a cono troncato, che
nell'estate è di paglia lavorato nel paese stesso.Nell'inverno
si ricoprono con cappa o mantello di lana bigia e talora
turchina a piccola pistagna dritta, da cui pende in giro un
corto bavero; e la lunghezza è sino a mezza gamba. Nei
giorni solenni o pur di matrimonio, la camicia è di mussolo,
il calzone di velluto turchino, corpetto di lana scarlatto,
con calzette e scarpe, e nastro al cappello.
Le
contadine hanno camicia di lino o canapa, una tunica tessuta
di lana turchina su di ordito di canapa, chiamata sargiotta;
piuttosto stretta, chiusa in fondo, ed aperta ai fianchi, da
dove in doppia banda va restringendosi in guisa che termina
sul petto ed alla schiena alla larghezza di un trenta
centimetri; e le due bande sono unite da lacci che
sostengono la tunica sulle spalle. Uno zinale è cinto a
traverso dei lombi e schiena, ed un grembiale o zinale al
davanti: tutti di lana turchina. Nel 1840 il vescovo
Montieri vi aggiunse il fazzoletto o fisciù che ricopre dal
collo al petto. Un paio di maniche ricopre buona parte del
braccio al gomito; l'avambraccio è coperto dalle sole
maniche della camicia. La testa è coperta da tovaglia di
pannolino, lunga un metro circa, e larga oltre 50
centimetri; e che stendono sul capo in guisa che metà scende
alle spalle e metà sul petto; ma questa seconda metà
ripiegata nei lati su di se stessa, la riversano sul capo,
fermandola con spilla. Cosicché la sola faccia resta
scoperta e contornata da tre parallelogrammi formati dal
ripiego della tovaglia. I1 piede lo calzano pure con cioce e
pezze; dal freddo e dalla pioggia si riparano con celone di
circa due metri."
Questo è
il modo di vestire ordinario ed è simile globalmente a
quello della zona di Aquino, Roccasecca, Pontecorvo e Comuni
limitrofi.
Riccardo
Milan
(articolo tratto da L'Eco di Roccasecca-su
www.ciociari.com)
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ed il folklore

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Affondano le
radici nella vecchia civiltà contadina quasi tutti i
tradizionali appuntamenti religiosi e folkloristici che
scandiscono la vita del paese annualmente. Da sempre la festa di
S. Tommaso è l'esempio di celebrazione religiosa che assume il
valore di evento sociale che esula dal proprio stretto ambito
iniziale. La secolare e seguitissima processione che si snoda
attraverso le viuzze del borgo medioevale rappresenta un momento
di grande partecipazione popolare. Cronologicamente collocata
all'inizio della stagione primaverile, quasi a voler
simboleggiare la gioiosa apertura a una nuova speranza nel solco
delle cadenze temporali della civiltà rurale legata allo
scorrere delle stagioni. La festa è giocosamente vivacizzata dai
visi ridenti e dal vociare di una folla di bimbi arroccati sui
muretti, forniti ognuno della propria "canestrella" colma di
odorosi fiori sbocciati di fresco, i primi dell'acerba
primavera, pronti da lanciare a piene mani sulla statua del
Santo. Dopo essere stata trasportata a spalla nella chiesa di S.
Margherita, a tarda sera la statua viene "riaccompagnata" alla
Chiesa madre del castello con una lunga fiaccolata. Di grande
suggestione, la sera prima della festa. la visione dall'alto dei
tanti falò accesi in segno di fede e di gioia per l'imminenza
della celebrazione. La stessa consuetudine si ripete la sera
antecedente la festa del patrono, S. Pietro Martire, ricorrente
il 29 aprile.
Altra
singolare tradizione è costituita dal "Canto delle Palme" che ha
luogo la domenica delle Palme. Squadre di cantori girano le vie
del paese fermandosi casa per casa per intonare una canzone
popolare di ispirazione religiosa, accomapagnate dal suono delle
chitarre e delle fisarmoniche. L'usanza vuole che ognuno offra
ai cantori prodotti locali che vengono raccolti in capaci ceste.
A sera il tasso alcolico dei protagonisti inficia spesso le
qualità canore degli stessi, ma nel contempo li rende più vivaci
ed allegri. Tra le altre feste religiose celebrate con
luminarie, fuochi d'artificio, bande musicali, gare sportive ed
esibizioni musicali serali spiccano quelle della Beata Vergine
del Carmine, dell'Assunta (15 agosto) e S. Rocco (1 6 agosto).
Un significato particolare lo assume quest'ultima, da sempre
considerata la festa degli emigrati che vi partecipano
personalmente, se possono, e comunque vi contribuiscono anche
economicamente.
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